“Ideologia, ideologia, malgrado tutto credo ancora che ci sia”.

Giorgio Gaber

Il ricorrente dibattito sulla “ricomposizione” della destra politica si interseca, in questi giorni, con l’ennesima frattura interna a Forza Italia. Una frattura che nasce certamente sulla base di piccoli e grandi interessi personali, politici e non solo, ma che evidenzia anche la sostanziale perdita d’identità e di ruolo da parte del partito fondato da Silvio Berlusconi nel 1994, sciolto nel 2009 con la creazione del PdL e poi “risorto” nel novembre 2013, con l’ambizione di recuperare un elettorato di centrodestra ormai stanco e disilluso. L’annunciata operazione-immagine non sembra avere ottenuto grandi risultati, al punto che ora a Berlusconi, costretto a fare i conti con l’ ennesima fuga di parlamentari, fino a ieri “fedelissimi”, non resta che consolarsi rispolverando il vecchio adagio “Meglio soli che male accompagnati”.

Per quanto si dia per scontato, spesso banalmente, che la nostra è un’epoca post ideologica, di visioni robuste, di chiare ed organiche idee in grado di rispondere alla realtà contemporanea c’è un gran bisogno, soprattutto alla luce delle emergenze epocali con cui quotidianamente siamo costretti a fare i conti: dall’integralismo islamico all’immigrazione, dalla globalizzazione economica alle nuove frontiere del relativismo etico. Tutte questioni che richiedono un autentico sforzo di ridefinizione politico-programmatica, più che adesioni “fideistiche” ad un leader (per F.I. Silvio Berlusconi) o ad un cartello di valori-principi (per gli amici – semplifichiamo – ex A.N.). C’è insomma bisogno di presente e di futuro più che delle ennesime ricapitolazioni valoriali. C’è bisogno di leggere la realtà uscendo fuori dalle formule (stile “Dio, Patria, Famiglia”) per tornare a proporre un’idea di Società e di Stato in grado di reggere l’urto delle attuali emergenze. E c’è bisogno di smarcarsi dalle idee correnti per enucleare programmi che siano in grado di colpire la fantasia collettiva e di riaccendere le residue volontà di aggregazione politica. Ha perciò poco senso continuare a “ricapitolare”, sulla base di vecchie “appartenenze”. Come affermava Costanzo Preve, originale figura di filosofo “di frontiera”, “ … nell’età post-ideologica, ognuno definisce se stesso sulla scorta della sua ascendenza ex ideologica, come se la propria identità possa definirsi solo in termini genealogici e non in base a scelte, schieramenti, idee del presente. Tutti si sentono qualcuno o qualcosa in quanto post-qualcuno e/o post-qualcosa, poiché tali definizioni hanno la finzione di esorcizzare un passato ideologico come strumento di legittimazione di scelte politiche o culturali altrimenti non definibili nell’attuale contesto storico. Le attuali élites politiche e culturali dell’occidente hanno dunque la propria ragion d’essere solo in quanto referenti di un ‘legittimismo post-ideologico’”.

Messo da parte ogni “legittimismo post-ideologico” è tempo di tornare ad appassionarsi , nel senso di dare anima e passione, a sfide che si nutrano di idee forti, di scelte radicali, non necessariamente “estremiste”, capaci di parlare all’anima profonda della società. Occidente, Sacro, Lavoro, Tecnica, Comunità, Partecipazione, Etica, Bellezza: non sono solo parole, anche se certamente parole che hanno un senso. Sono prefigurazioni per una ridiscussione ampia e realmente fondante, che non sfugge dalla realtà, nel nome degli “appelli”, ma già la ripensa lasciandosi alle spalle l’emergenza cronica, le nevrosi da bilancio, l’asfissia da Pil, l’antipolitica per partito preso. Tornare a pensare in grande: solo così si può sperare di “ricostruire”.