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Faccio una premessa di GLOSSARIO: in questo pezzo mi riferirò alla “destra” intendendo la realtà politico-programmatica che in Italia è generalmente definita “centro-destra”. Farò così non solo perché la confusione che regna in quest’area coinvolge tutto lo spettro di rappresentanza della stessa, ma anche in ragione del fatto che, con le loro diverse sfumature, in ogni parte del mondo così si contrappongono le principali fazioni: left and right; gauche et droite; linke und rechte; izquierda y derecho. sinistra e DESTRA, appunto, senza fronzoli, e se ne facciano una ragione i puristi, gli identitari, i moderati e tutti i come-cavolo si vogliano definire.

Detto questo, veniamo a noi, e proviamo a rispondere all’interrogativo del momento: CHE SUCCEDE A DESTRA?

In Italia, la destra come sopra definita è stata per mezzo secolo priva di rappresentanza, giacché la DC – che doveva essere il contraltare dei comunisti – preferì condividere con il “Bottegone” le scelte economiche e culturali, consegnando al più ottuso sindacalismo le leve della macchina amministrativa e burocratica, mantenendo per sé il rapporto con le sacrestie (necessario al consenso) ed il governo di banche e partecipazioni pubbliche (indispensabile al potere).
Nella cosiddetta “seconda repubblica” l’irripetibile fenomeno Berlusconi ha offerto asilo a quel mondo, fungendo da collante delle varie anime che, per mezzo di partiti apparentemente inconciliabili tra loro, hanno sommato al suo il loro peso elettorale. Ma anche qui, purtroppo, non si è inciso concretamente sull’idem sentire degli italiani, e si è finito per privilegiare un tatticismo privo di visione strategica, mancando di radicamento culturale e contenutistico dell’azione politica.

Così, all’epilogo di una storia ventennale che non lascia traccia di sé (un po’ come l’Expo di Milano, per intenderci), emerge un conflitto distruttivo tra i due filoni che – entrambi con piena legittimità e cittadinanza – rappresentano il corpus della destra diffusa:

– uno è costituito dalla parte più populista (che non per forza è una definizione negativa), radicata sui temi della sicurezza e dell’identità, piuttosto chiusa ed indisposta verso chi non ne fa parte, costituzionalmente sospettosa verso la ricchezza ed i suoi produttori, spesso incline a privilegiare il ricorso all’intervento dello Stato – e quindi alla crescita della spesa pubblica – per offrire le soluzioni ai temi sociali; più a proprio agio con il linguaggio dei sindacati e (nel centro-sud) del pubblico impiego, è incline ad addossare ogni colpa all’impersonale bersaglio dei “poteri forti”. Rischia, spesso di far trascendere la solidarietà in assistenzialismo. Dialetticamente privilegia la comunità all’individuo. Il suo seguito è prevalentemente costituito da una tifoseria più appassionata e partecipe alle “cose della politica”; il che da una parte è un pregio, dall’altra induce spesso ad assecondare richieste “di nicchia”. E’ chiaro che oggi, questo profilo è ampiamente (e validamente) rappresentato da Salvini e Meloni che, sotto il profilo mediatico e persino per la ragionevole spartizione geografica del territorio di competenza, esauriscono per un tempo presente e futuro ogni offerta nel loro campo;
– l’altro è formato da una visione più tradizionalmente occidentale; pone le libertà della persona al di sopra di ogni vincolo statuale; chiede uno Stato meno presente nella quotidiana vita di famiglie ed imprese; pretende un drastico taglio della spesa pubblica e un conseguente crollo della pressione fiscale; non crede che la Pubblica Amministrazione debba gestire in proprio nulla che non sia la sicurezza ed i rapporti internazionali, e che abbia il compito di normare l’offerta dei servizi principali, quali salute, assistenza, istruzione e mobilità; ritiene che questa Europa non funzioni ma anche che l’idea di “sbrogliarsela da soli” sia propagandistica e velleitaria; detesta la burocrazia e non ama il sindacalismo; non pensa che chi ha di più, sia automaticamente un evasore o un corrotto; sa che per distribuire la ricchezza (ammesso e non concesso che sia sempre giusto farlo) bisogna prima creare le condizioni perché qualcuno la possa produrre; e sa che lo Stato la ricchezza non la produce, ma la sottrae ai cittadini. A tutto, antepone le libertà del singolo, viste come elemento di sviluppo della società. E’, piaccia o no, il progetto su cui la destra costruì le sue fortune all’indomani di tangentopoli, ciò che provò ad incarnare la coalizione di partiti prima, ed il PDL poi, prima di finire invischiato in un decadimento di moralità e credibilità che ne ha – giustamente – prosciugato il credito popolare. E’ questa l’area che, con il fallimento del PDL e la fine della fortuna politica di Berlusconi, necessita oggi di una radicale ricostruzione.

La mia storia personale, tanto nella lunga esperienza in AN che nella successiva fase nel PDL, mi ascrive in questo secondo profilo; e non a caso , all’esito di una scelta umanamente difficile, più di un anno fa decisi di lasciare FdI – che pure contribuii a fondare – visto che nel frattempo aveva assunto in pieno la fisionomia del primo gruppo.

Oggi, presi dal timore di non saper affrontare una vera ricostruzione, si è scatenata una stupida lotta fratricida, in cui gli esponenti della posizione identitaria provano a soverchiare l’area liberista, convinti di fare “bottino pieno” e di acquisirne il corpo elettorale, che pure chiede cose diverse da quelle che loro intendono rappresentare. Dall’altra parte, gli epigoni di un gruppo in disfacimento, restano arroccati su quel che resta di una leadership che alla politica non ha più nulla da dare, stretta com’è tra l’istinto di sopravvivenza ed il prevalere di interessi aziendali e personali che – pur legittimi – non attengono più alla politica. I primi alzano i decibel delle loro grida (non per questo arricchendole di credibilità), i secondi fanno spallucce, si danno alla fuga scomposta verso gli approdi renziani o bussano alle porte degli sfidanti, secondo i casi e la propensione della colonna vertebrale.

Ciò che serve invece, nell’area “realista”, è la capacità di ricostruire l’offerta verso i produttori di reddito, che passa tramite un rinnovamento delle proposte e – soprattutto – dei proponenti.

Non so come andranno le elezioni amministrative alle porte, e francamente viste le premesse non mi può interessare di meno, perché tutto si muove in funzione di questo conflitto, non avendo alcuno l’interesse di assumere responsabilità di governo in questa fase caotica. E non mi nascondo che parecchi di quelli che stanno ancora nominalmente nella mia stessa parte della destra, sembrano pronti a vendersi a Renzi, a titolo personale o aziendale che sia. Peggio per loro, e addio.

Credo però si debba tenere la posizione, dare spazio a nuovi attori, ristabilire il primato dell’etica nell’azione politica, liberi da condizionamenti ed interessi, affrontare le necessarie rivoluzioni senza farsi intimidire dalla scontata reazione di chi ritiene di perdere posizioni e condizioni di privilegio. Proporre, mostrandone la fattibilità finanziaria, un programma per ridurre il peso dello Stato; abolire il suo potere autorizzativo, sostituendolo con il dovere di controllo di legittimità; cancellare i contributi a strutture pubbliche, e convertire le spese intermediate con una politica di voucher che consenta ai cittadini di accedere liberamente al fornitore di servizi preferito; mantenere l’obbligo di accantonamento previdenziale di una percentuale del reddito prodotto, ma lasciando ciascuno libero di scegliere dove depositare il proprio risparmio. Non mettere mai più un centesimo di tasse aggiuntive, programmando e rispettando una veloce riduzione del prelievo fiscale.

Se, nel confronto appena cominciato, prevarrà l’anima ultra identitaria, la destra avrà un carattere politicamente più distinto, ma si condannerà ad essere solo una forza di opposizione. Se la seconda area saprà riorganizzarsi, raccoglierà il consenso dei milioni di elettori – magari meno “politicizzati” – che si sono allontanati dalla destra, e potrà riproporsi come forza di governo.

Non è il momento di cedere alle scorciatoie della demagogia, ma di rilanciare l’unica ricetta per guadagnare competitività.

Non per andare contro i “populisti”, ma per offrire – con la loro aggiunta – una seria alternativa alla maggioranza degli italiani che non è di sinistra.