L’Associazione La Città di Camelot— un laboratorio culturale da seguire con attenzione — ha innescato sulla rete un dibattito importante sulle cause profonde della crisi italiana. Tra i gli interventi — tutti di spessore —  segnaliamo e riprendiamo l’interessante saggio dell’architetto Gerardo Mazziotti. Da leggere e dibattere. 
Nel mio libro “ L’assalto alla diligenza, costi e privilegi della politica italiana”, edito da DenaroLibri nel luglio 2005, sostengo che l’Italia ha bisogno di rifondare su nuove basi il sistema politico, di riscrivere in modo condiviso le regole comuni, di rinnovare completamente la classe politica, di ritrovare la strada dello sviluppo economico, di riscoprire lo spirito fondativo della Repubblica.
Perciò bisogna urgentemente cambiare l’attuale sistema-paese farraginoso, inefficiente, dispendioso, corrotto, socialmente ingiusto, in un uno snello, efficiente, normale (basato, cioè, sulle norme di onestà, moralità, competenza, giustizia sociale e giudiziaria, tolleranza, parsimonia ). Un nuovo sistema-paese con una sola Camera di 200 deputati , senza l’inutile Senato, con un Governo di 16 ministri e altrettanti sottosegretari, con un presidente della Repubblica che sia anche presidente del consiglio dei Ministri eletto dal popolo, con 3 macroregioni, Nord, Centro e Sud, e con 16 città-regione, aventi il compito di sopprimere tutti gli enti inutili e costosi (quelli creati non per soddisfare le esigenze dei cittadini ma solo per sistemare i clientes della “partitocrazia”) e, in particolare, il compito di designare i city-managers per amministrare gli oltre 8mila comuni.
E con un sistema giudiziario senza l’ANM e le correnti ideologiche dei magistrati, non previste dalla Costituzione .
Questo nuovo sistema-paese sarà in grado di ridurre drasticamente il peso dello Stato, della magistratura, della burocrazia, delle tasse e del debito pubblico. E di ridurre drasticamente la spesa pubblica improduttiva e di liberare le risorse economiche da destinare alla soluzione dei problemi esistenziali di 60 milioni di italiani. E di renderli felici.
A distanza di nove anni questa rifondazione ha assunto i caratteri dell’urgenza e della indifferibilità se vogliamo uscire dalla drammatica crisi economica e creare le condizioni di una ripresa dello sviluppo e della crescita del paese.
Pertanto, considero necessario inverare queste riforme strutturali e costituzionali:
1)Le macroregioni.
Alle 16 regioni ereditate dal fascismo la Costituzione del ‘48 ne ha aggiunte altre tre. E in modo scriteriato.
La Valle d’ Aosta di appena 120 mila abitanti, quasi pari a quelli della cittadina di Giugliano in provincia di Napoli, il Trentino-Alto Adige di 950mila abitanti, quanti ne ha Napoli,e il Friuli-Venezia Giulia di 1.200.000, meno degli abitanti di Milano . E ha separato l’Abruzzo dal Molise, che sono sempre state una sola regione. Ed è bene che una sola regione di 1 milione e mezzo di abitanti tornino ad essere.
Sono poche le regioni che si salvano dalla mannaia della magistratura contabile. “Cessione di immobili come partite di giro in Liguria, prestiti dal Tesoro non iscritti tra i debiti in Piemonte, spese senza copertura in Sardegna, spese non giustificate in Trentino-Alto Adige, controlli inesistenti in Calabria. La Campania non ottiene la “parifica” – la certificazione – e resta un’amministrazione “vicina al default”. Problemi nei conti anche in Veneto, in Friuli-Venezia Giulia, in Toscana”. Negli ultimi 10 anni la spesa delle Regioni è cresciuta del 21% contro il 17,5 delle entrate. Le Società partecipate dalle Regioni sono circa quattromila: per il loro personale hanno speso in quattro anni oltre un miliardo. Quello che emerge è una finanza allegra in molti casi in violazione delle norme europee, delle leggi nazionali e delle “più elementari regole contabili” nel caso della Sardegna”.
Per queste ragioni è convinzione largamente condivisa che le Regioni hanno deluso le aspettative dei padri costituenti. Di fronte alle ruberie, agli scandali, agli sperperi di denaro pubblico ( si pensi alle costosissime e inutili sedi regionali in mezzo mondo, alla proliferazione delle commissioni consiliari e ai gruppi di un solo consigliere e ai loro trattamenti economici e pensionistici, agli abusi di ogni genere quali crociere, cene, trastulli vari a spese del contribuente), che le vedono protagoniste, sarei tentato di condividere l’opinione di abolire le Regioni. Del resto non è irrilevante il fatto che sono state pensate nel 1946, tra mille dubbi e preoccupazioni, e che sono state istituite un quarto di secolo dopo. E tra mille dubbi e preoccupazioni.
Continuo a pensare che potrebbe eliminare le attuali negatività la istituzione di 3 macroregioni, Nord, Centro e Sud. Le proponeva Gianfranco Miglio perché “ sono più facilmente controllabili” E le ha riproposte Giorgio Ruffolo nel suo libro del marzo 2010 “ Un paese troppo lungo, un pericolo per l’unità del Paese”. Egli sostiene che questo pericolo si può evitarlo in un solo modo: “ Realizzare attorno a un progetto nuovo di unità nazionale una vasta rete di solidarietà sarebbe il segno che la “gente”, oggi abbandonata all’autoritratto sterile dei sondaggi, può ancora trasformarsi “ in popolo”, riconoscendosi nel suo passato e impegnandosi nella costruzione del suo futuro”
La Lega di Matteo Salvini insiste nella istituzione della macroregione del Nord. E il sindaco di Torino Piero Fassino è del parere che il Piemonte, la Liguria e la Sardegna formino una sola regione. Un ritorno al Regno dei Savoia. Alla Fiera del Levante del 17 settembre 2010 i presidenti dell’Abruzzo, del Molise, della Puglia, della Basilicata e della Calabria hanno firmato un Protocollo d’intesa per la istituzione della macroregione adriatico-jonica. Quelle bagnate dai due mari. Un’idea stupida perché non si possono escludere la Campania e la Sicilia da una macroregione meridionale. E il presidente della Campania Stefano Caldoro ha dichiarato che “ le regioni vanno superate e che occorre pensare alle macroaree”
2) Le città-regione.
E’ assolutamente sbagliato continuare a parlare delle città metropolitane, proposte negli anni ’60 da vari urbanisti e previste nella legge 142/90. Riproposte dai governi Prodi, Monti e Letta, e, recentemente, dalla legge n.56 del 7 aprile 2014 del governo Renzi che istituisce le città metropolitane di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria.
. Questa legge è sbagliata perché, come le leggi precedenti, ne limita i poteri entro i confini dei territori provinciali. Un errore madornale perché, ammesso che riesca a risolvere i problemi dei comuni della provincia, lascia irrisolti i problemi degli altri comuni delle regioni e delle altre città capoluoghi di provincia..
Ho scritto e ripeto che la istituzione delle città metropolitane, il riordino degli istituti regionali, la razionale amministrazione dei comuni e la soppressione delle province devono avere come riferimento il Titolo V della nostra Costituzione, ossia l’art. 114, che sancisce la stretta correlazione tra regioni, province, comuni e città metropolitane. E la necessità che siano inquadrate in una organica proposta di riforma. Detto più chiaramente, è del tutto insensato fare una legge per abolire le province e una legge per istituire alcune città metropolitane di dimensioni provinciali.
La soluzione ottimale consiste nel trasformare Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Ancona, Perugia, Pescara, Potenza, Roma, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Palermo e Cagliari in città-regione ( non trattandosi di una questione nominalistica ma di sostanza possiamo anche chiamarle città metropolitane purchè si concordi sulla utilità che siano di dimensione regionale).
Ma non basterà che le città-regione aboliscano le Province e le Prefetture, le comunità montane e le società partecipate ( il buco nero della spessa corrente del nostro paese; la regione Campania sperpera 400 milioni di euro l’anno ( sic) per tenere in piedi la galassia delle sue società partecipate; e la mia mente vacilla al pensiero di quanto costano quelle delle cinque province e dei 551 comuni) .
Le città-regione devono assumere le competenze di tutti gli Enti che operano sul territorio regionale (ASL, IACP, Consorzi vari, Autorità Portuali, ATO, Commissariati, Autorità di bacino e quant’altro, tutti da sopprimere).
3) Le amministrazioni comunali
Abbiamo ben 8.102 comuni .(l’ immenso Brasile ne ha solo 5.500). Con altrettanti sindaci, vice, 85mila assessori e 200mila consiglieri. Per complessivi 300mila amministratori che, fatta salva qualche eccezione, sono dei “dilettanti allo sbaraglio” perchè non hanno alcuna capacità di risolvere i problemi di una città contemporanea. Un esercito costosissimo che il nostro paese non può permettersi. A dispetto della spending review, coniata dal governo Monti ma mai attuata. Nella convinzione che in questo strano paese “ basta la parola”. Specie se inglese.
Per avere un’idea della insensatezza di tenere in piedi l’attuale sistema amministrativo dei comuni italiani bastano pochi dati..
Solo due città italiane superano il milione di abitanti (Roma 2.800.000 e Milano 1.400.000 ). Una sola sfiora il milione (Napoli 950mila ). Le altre 8mila e passa variano dai 35mila abitanti di Aosta agli 800mila di Torino. La metà non superano i 6mila abitanti e appena una cinquantina arrivano ai 60mila. Ma il dato stupefacente è che 385 comuni hanno meno di 100 abitanti. Mi limito a citare i 48 abitanti di Menarola, i 43 di Cervatto, i 38 di Moncenisio, i 35 di Pedesina e i 33 di Monterone. Questi cittadini vengono chiamati ogni cinque anni a eleggere un sindaco e 12 consiglieri comunali. Resta misterioso come facciano a rinnovare gli amministratori. Facile però immaginare quanto costa questa autentica farsa che va in scena dal 1946. Nell’indifferenza del Parlamento, del Governo e della Corte dei Conti. E dei politologi. E dei giornalisti.
Mi viene da citare il caso del comune di Sambuco di 74 abitanti, in provincia di Cuneo, compreso nella comunità montana Valle Stura. Alle elezioni amministrative del maggio 2007 sono andati a votare solo in 5. Risultato : 4 preferenze sono andata a Massimo Calleri, capo della Lista Civica “Alternativa dei cittadini”, con conseguente percentuale “bulgara” dell’80%. Un solo voto ( il suo) è andato a Sabrina Giovine del “Partito dei pensionati”. Su questa farsa, che,ripeto, va in scienza ogni cinque anni dal 1946, nessuno trova da ridire. Ha pensato di dedicarle una nota ironica il Corriere della Sera di Martedì 29 maggio 2007. E con una bella foto del lago di Sambuco.
Non possiamo più consentire le follìe, gli sprechi e le assurdità dei piccoli comuni come Monterone e dei grandi comuni come Roma. Una città di meno di 3 milioni di abitanti con 26.207 dipendenti, 24.277 a tempo determinato, 37mila assunti dalle società partecipate, 6mila vigili urbani, 23 avvocati, 27 addetti all’ufficio del sindaco per le relazioni internazionali e un numero imprecisato di spazzini, elettricisti, ingegneri e consulenti. Un numero di dipendenti più che doppio degli operai Fiat in Italia. Una città che ogni mese deve pagare oltre 70mila stipendi.
Tra i 20 milioni di abitanti di Pechino, i 17 di Shanghai, i 14 di Mumbay e i 13 di San Paolo del Brasile e i 12 di Mosca ( solo per citarne alcune) e i 33 di Monterone ci sarà pure una via di mezzo. Che è necessario trovare. E sono convinto che solo le città-regione possono trovarla. A condizione che vengano azzerate tutte le ipotesi, le idee, le proposte e le leggi sulla loro estensione provinciale e sulla loro confusa funzione. E che si concordi sulla proposta di città metropolitane regionali, basata sull’ esigenza di un razionale, efficiente ed economico sistema amministrativo degli oltre 8mila comuni.
Perciò, alle città-regione va attributo, sopra tutto, il compito di ridurre l’eccessivo numero dei comuni (attraverso adeguati accorpamenti e fusioni ) e di nominare i “city managers” per la loro amministrazione, prelevandoli dai 3,2 milioni di pubblici dipendenti. Preparati,competenti, indipendenti dalle segreterie dei partiti (e dai vari condizionamenti esterni, camorristici e non). E già a carico dei contribuenti.
Nella civile e democratica Olanda i sindaci non vengono eletti. Li nomina la Corona. Da secoli. E con piena soddisfazione degli olandesi. E lo ha fatto per vent’anni il fascismo mandando i podestà ad amministrare i comuni italiani. Con piena soddisfazione di questi. In particolare dei napoletani, che hanno visto la loro città migliorare l’immagine e la qualità della loro vita in appena dieci anni, dal 1930 al 1940.
I quattro podestà ( tra questi l’alto commissario Michele Castelli e il commissario straordinario Vincenzo Tecchio) hanno realizzato il nuovo rione Carità e la Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare ( con opere di singolare bellezza, annoverate tra le più significate dell’architettura moderna italiana ed europea), la nuova stazione Marittima, la stazione ferroviaria di Mergellina, gli ospedali collinari Principi di Piemonte e 23 Marzo (ribattezzati nel dopoguerra Monaldi e Cardarelli), la funivia Posillipo-Fuorigrotta, il Collegio Costanzo Ciano per 3mila scugnizzi, i palazzi dell’INA, del Banco di Napoli e della BNL. Ed hanno eliminato i tristemente famosi” bassi” ( una condizione abitativa indegna di una città civile) trasferendo le famiglie nei numerosi rioni, che Bruno Zevi giudicò tra “ i migliori esempi italiani di edilizia sociale”. E hanno organizzato un efficientissimo sistema di trasporto pubblico, basato su una fitta rete di linee tramviarie e di filobus e sulle funicolari ( a quelle preesistenti venne aggiunta .la funicolare centrale tra il Vomero e via Roma) che consentiva ai napoletani di raggiungere tutti i punti della città ( la maggiore colpa del sindaco Lauro è stata quella di avere eliminato dalle strade napoletane i tram e i filobus con una decisione demenziale).
Ma spero che non mi si accusi di “apologia del fascismo”.
Epperò è un fatto che queste grandi opere sono state realizzate senza l’inquinamento della corruzione e delle infiltrazioni camorristiche. Ma mi rifiuto di credere che ciò sia dovuto al regime dittatoriale . La mia quarantennale esperienza di Direttore dei servizi tecnici dell’ Iacp di Napoli fino al 1989 mi fa dire che ciò è possibile anche in democrazia, a condizione di rispettare rigorosamente le legislazione italiana ed europea sui lavori pubblici.
Del resto Den Xiao Ping ha detto “ Non ha importanza che il gatto sia nero o rosso, è importante che sappia prendere i topi”.
E i city-managers i topi li sanno prendere.
Come li sapevano prendere i podestà.
Ed è ciò che interessa ai cittadini.
Il sociologo e politologo inglese Colin Crouch ha scritto un saggio sulla“ Postdemocrazia” , nel quale sostiene che “il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini vanno riducendosi progressivamente e che la gente è sempre meno interessata alle forme esasperate di “democrazia” . Ed è sempre più attratta da forme di “tecnocrazia” per la gestione della cosa pubblica nelle istituzioni periferiche dello Stato. Sostiene Crouch (e siamo in tanti ad essere d’accordo con lui) che ” il Parlamento, le Regioni e le Città metropolitane devono costituire gli unici momenti di partecipazione democratica e le uniche assemblee elettive”.
4)Un nuovo sistema giudiziario.
In tema di Giustizia penso che lo scopo primario della riforma dovrebbe essere quello di impedire che una larga parte della magistratura italiana, sopra tutto quella di sinistra ( non fanno mistero di esserlo gli aderenti a “Magistratura Democratica” tant’è che su tutti i giornali si legge da decenni “ i magistrati di sinistra hanno conquistato la maggioranza nel CSM” oppure “ la corrente di sinistra dell’ANM si dichiara a favore dello sciopero” ), impedire che continui a essere una corporazione, che, con buona pace della distinzione e separazione dei poteri, fa i propri interessi operando nel e sul sistema politico senza mandato popolare e non pagandone i costi. Talchè, considero pregiudiziale lo scioglimento dell’ANM ( associazione nazionale magistrati) e delle correnti ideologiche ( MD, MI, Unicost e altre). L’ANM è un sindacato di categoria, che ha lo scopo di impedire l’emanazione di leggi sgradite ai magistrati con la minaccia di ricorrere agli scioperi. E li attua senza rendersi conto dell’assurdità di un Ordinamento dello Stato che sciopera contro lo Stato.
Su questa tesi concordano Sergio Romano, Luciano Violante e anche numerosi magistrati.
Sulla riforma della Giustizia ho elaborato una proposta, inviata al CSM, all’ANM e al Parlamento.
Tutto ciò premesso non penso che l’idea di un nuovo sistema-paese possa essere inverata dalla partitocrazia, responsabile del degrado sociale, politico e morale e della drammatica situazione economica
L’attuale classe politica è pietrificata nella logica dell’economia di scambio di favori personali che esclude l’innovazione, mortifica il merito, perpetua uno status quo, manda in rovina le aziende, penalizza il Paese. (Giorgio Bocca). I nostri politici sono maleducati, trasandati, sudati e smodata mente inutili, cialtroneschi, furbetti e prevaricatori, nonchè pieni di lussi che paghiamo noi. (Pietro Calabrese). Chi intraprende una carriera politica non lo fa per motivazioni ideali ( servire la collettività) ma è mosso dal desiderio di “sistemarsi”, di trovare un posto o la “pagnotta”, sia pure per un solo quinquennio ( salvo poi a prorogarlo all’infinito); resta aperto il problema generale della selezione della classe politica perché non diventi sempre peggiore. (Sabino Cassese ). Diciamola tutta, non è più questione di politica nel suo significato di polis. Siamo nella cucina della bassa politica, fra tovaglie lorde di tutto, rimasuglio di cibo nei piatti, bottiglie di vino e bicchieri sporchi. E’ lo spettacolo di una classe politica fatta di mezze calzette che sono in Parlamento solo per la pensione, i viaggi gratuiti in treno e in aereo e al governo per le auto blu. Manca una classe politica appena appena decente. (Piero Ostellino). In Parlamento siede una moltitudine di stupidi e quei pochi intelligenti, quando ci sono, non contano nulla. (Antonio Martino). La mia Italia non è quella di oggi, imbelle e senz’anima, con una classe dirigente presuntuosa e inetta, capace solo di sapere incollare i loro grassi posteriori alla poltroncina di deputato o di senatore o di ministro o di sindaco o di presidente di regione o di provincia. ( Oriana Fallaci ).Io non vedo alcuna classe dirigente, basta mettere piede in Parlamento o in un Consiglio regionale o comunale o provinciale per rendersi conto dello stato di degrado disastroso delle nostre istituzioni. ( Lucio Colletti). Ci sono in giro troppi Calogero Sedàra, il sindaco di Donnafugata “privo di titoli professionali ma ne ha di pratici, senza ideali ma capace di crearseli se occorre, privo di scrupoli, animato solo dalla sete di potere e di denaro” (Gerardo Mazziotti ).

Ha scritto, alcuni anni fa, il filosofo Aldo Masullo, ex parlamentare del PCI “L’ordine nel quale ci troviamo è da cambiare radicalmente; tuttavia, dato che è stato fatto dagli uomini che detengono il potere come si può immaginare che siano essi stessi ad attuare il cambiamento ? Al di là della buona fede, il problema è che non hanno le categorie mentali per farlo; c’è inerzia del comportamento. Ed allora non resta che auspicare una rottura che non sia catastrofica del circolo vizioso”
Talchè, non potendo fidarsi degli attuali politici, penso che si debba affidare questa grande riforma a 50 Saggi, espressi dal mondo della cultura ( le Università dei 16 capoluoghi di regione e le Accademie più prestigiose), dal mondo della produzione ( Confindustria, Confartigianato, Confcommercio e Confagricoltura) e dal mondo del lavoro ( i sindacati maggiormente rappresentativi dei lavoratori e dei professionisti).
Il testo definitivo redatto dai Saggi va sottoposto a referendum popolare perché, come stabilisce l’art.1 della Costituzione, “ la sovranità appartiene al popolo”.
Spero solo che, nel frattempo, non lo faccia, un nuovo Masaniello.
E in modo violento.
GERARDO MAZZIOTTI, premio internazionale di giornalismo civile 2008