Contrordine, adesso Renzi faccia le riforme, che potrebbe esserci la ripresa!

Fu un grande sprecar di parole il tema al tempo centrale nelle elezioni Europee della sostanziale ridiscussione della moneta unica, con la Lega a capeggiare l’insofferenza popolare, lo scontento, la sfiducia e Fratelli D’Italia a razionalizzare la mira, pretendendo una sua sostanziale ridefinizione, con i Grillini confusi tra televoti, pool internettiani e uscite scomposte del loro leader.

Già allora in seno alla destra memore dell’esperienza di Alleanza Nazionale, quindi di governo, più di qualche mugugno e perplessità era allora emersa, in primis tra coloro che masticavano quotidianamente economia e che non amavano farsi tirar per la giacca dagli slogan allora imperanti. Il mercato unico è sempre stato un’opportunità sovente mal sfruttata.

Oggi, nella nuova era della BCE draghiana, con una moneta mai così in discesa rispetto alle principali valute lo scenario sta drammaticamente cambiando.

Il no euro non va più così di moda, urge un’inversione di rotta della politica di marketing, altrimenti si rischia di finire sommersi dagli stock di felpe invendute.

Ecco che nei quartieri ultrà s’incassa i primi frutti degli slogan a ciclo corto, fondamentali quando c’è da colmare qualche gap elettorale ma presto destinati a diventare dei taglienti boomerang a confronto con la realtà dei fatti.

Sono le stesse aziende italiane, e le molte che quassù al nord vedevano ristretto ai minimi termini la direttrice atlantica, a pretendere una moneta stabile che non deprima il potenziale dell’export, contando invece sulla spina dorsale di un’economia interna depressa dalle autolesionistiche politiche montiane e lettiane, non certo risvegliate dai famosi e propagandati 80 euro, patrimonio di una ristretta cerchia di lavoratori.

Serve allora un cambio di marcia, definire quali siano dei punti realisticamente possibili e quali siano il cimitero di una supposta classe dirigente o aspirante tale.

L’afflusso di capitali esteri aggredisce l’eccellenza italiana, non esistono politiche nemmeno abbozzate di questo governo nel difenderne la paternità, come dimostra il caso Pirelli.

I temi dell’economia devono porre l’accento su uno sviluppo possibile che non si riduca ad una semplice svendita e incasso degli ori di famiglia, depauperandone la fiscalità nazionale.

Il renzismo si configura sempre di più, infatti, come il più acerrimo nemico dello stato nazionale, distrugge qualsiasi contatto rappresentativo intermedio o di categoria, propone di lusingare l’avidità dei capitali delle economie emergenti perdendo di vista che sono sole le aziende radicate a livello produttivo e fiscale sul territorio quelle che alimentano il sistema, quindi lo stato, i servizi, la sanità, l’istruzione e tutto ciò che da un senso ad una comunità moderna.

Le istituzioni vengono indebolite, depauperate proseguendo in una politica di tagli nell’auspicio di coprire con il “bonus esportazioni” l’ammanco che emergerà ben presto in sede fiscale dalla svendita dei colossi industriali e tecnologici nazionali, o con la velata speranza di farle svanire per rendere tutti più dipendenti dal bisogno.

Senza una reale politica protezionistica il nostro paese, euro e non euro, si appresta a ridiventare terra di conquiste.

Ecco allora che il tema dell’unità nazionale e della sovranità ridiventano centrali, se non salvifiche, senza ritrosie fuori tempo massimo ma con l’intento di essere attore (come lo sono attualmente i blocchi statunitense, russo e cinese) e non agente. E’ ora che tali temi affianchino quelli della sicurezza nell’agenda di una reale ed autentica opposizione.

Ci riducessimo a gioire per i primi frutti di tali svendite o segnali timidi di ripresa perdendo di vista il futuro faremmo l’ennesimo imperdonabile torto alle future generazioni d’italiani.