Matteo Salvini, negli ultimi 18 mesi, ha giocato le sue carte senza sbagliare un colpo; gli va riconosciuto anche da chi (come me) non nutre verso di lui alcuna empatia politica (che invece, sotto il profilo personale, il ragazzo é simpatico assai).

Dapprima, ha corso nel centrodestra tradizionale per non farsi dare del “traditore”, spartendo – da primus inter pares – il tavolo dei collegi uninominali, ma nella sostanza fregandosene in maniera assoluta di Berlusconi e Meloni. Poi, incassato il voto, ha decretato (magari in modo inelegante) l’estinzione politica del vecchio, ed ha risposto con somma indifferenza alla corte un po’ sguaiata che gli ha sin qui riservato la ragazza (ma fin quando si resta tali, secondo l’italico mainstream politico?) romana. Quindi ha compiuto il capolavoro machiavellico: ha indotto ad abbracciarlo mortalmente il bibitaro sgrammatico ed i suoi picareschi sodali, rovesciando in poche settimane i rapporti di forza tra i due movimenti.

E ha finto (che invero, alle parole, ha fatto seguito assai minor sostanza) di risolvere i problemi di “legge ed ordine”, lasciando agli altri sprovveduti il compito di manovrare l’ingestibile, ovvero l’economia, il lavoro, le grandi opere, e in genere qualunque argomento fosse – da un lato – di impossibile soluzione, e dall’altro evidenziasse anche al più cieco degli elettori l’assoluta inconsistenza ed inabilità cerebrale dei grUllini a cinque stAlle verso alcunché. L’esito é oggi sotto gli occhi di tutti, e non v’è bisogno di spendervi altre parole.

Ciò che – piuttosto – mi sta a cuore, é la ricerca di un possibile pertugio per affermare l’esistenza in vita – nell’ambito del centrodestra- di qualcosa che sia altro rispetto la narrazione salviniana. E che non può essere individuato in ciò che resta dell’esistente:
– di Forza Italia, e delle parabola in caduta libera del suo unico ed irripetibile interprete, c’è poco da dire. La storia è finita, i contenuti smarriti, i residui protagonisti totalmente privi di credibilità.
– di Fratelli d’Italia, riconosciuto che ha saputo ben navigare nel mare agitato di questi mesi, va detto che non ha mai costruito un’identità propria. É, in tutto e per tutto, la copia in radice quadrata della Lega, da cui ormai differisce solo per un’innata avversità verso il tema delle autonomie, circostanza che ne impedirà lo sfondamento nelle aree economicamente e socialmente più evolute del paese. Ora,la loro scommessa è quella di farsi prendere in carico da Salvini nella prossima campagna elettore. Se invece – come a me appare probabile – quello decidesse di correre da solo per non spartire con alcuno gli ambitissimi collegi uninominali, l’essere un “tender” distaccato dal piroscafo finirebbe per limitare fortemente la crescita elettorale che – legittimamente – da quelle parti si aspettano. E sarebbero eventualmente accolti, come ascari del Capitano vittorioso, all’indomani del voto, cogliendo magari l’opportunità di qualche poltrona di sottogoverno per i figuri più prossimi alla corte della Garbatella. Buon per loro, ma un po’ poco per l’Italia.

No, ciò che spero si manifesti è ben altro, e muove da considerazioni di merito e contenuto. Da troppo tempo, in realtà da quando Berlusconi consegnò il timone del governo economico a Tremonti, a destra manca un’offerta che sia culturalmente di destra, nel senso classico ed universale del termine.

La Lega, da sempre ed ancor più sotto la guida del felpato Matteo, é un partito statalista ed assistenzialista, quindi di matrice socialista secondo la storica classificazione della filosofia politica: ad esempio, ha continuato a prendere in giro gli italiani con la storiella della “quota 100”, rinunciando a spiegare che questo sistema previdenziale non ha alcuna possibilità di sopravvivere, attesi i dati di carattere demografico, di longevità e di dimensione economica in cui viviamo; palla lanciata in tribuna, con costi sociali immediati e prolungati per i più giovani. Vuole impegnare i quattrini della Cassa Depositi e Prestiti per un nuovo – parzialmente e malamente camuffato – intervento di stato in cui si buttano soldi di tutti noi in aziende decotte, quali Alitalia. Anche quando promette di abbassare le tasse, si impegna a farlo estendendo l’intollerabile dimensione del debito pubblico, rinunciando ad agire sulla contrazione della spesa pubblica.

Di FdI, su questo, nemmeno mi pronuncio; me ne andai da quel partito dopo essere stato uno dei 5 che decise di darvi vita, proprio perché non tolleravo di stare in un soggetto che si esprimeva con le parole d’ordine che sarebbero di casa in un congresso della FIOM.

Ciò che – a mio avviso – manca pur in presenza di uno spazio potenziale di affermazione, é l’offerta di un soggetto che privilegi le libertà dell’individuo, che lo preservi dall’immanenza – stolta e sprecona – di uno stato che vorrebbe dirti come nascere, istruirti, copulare, lavorare, curarti e morire; e sempre riconoscendogli non meno di due terzi di quel che guadagni e produci. Un’area culturale che limiti la presenza e la potestà della burocrazia, che imponga una dieta quasi mortale alle strutture pubbliche, che alimenti il ricorso ai voucher per consentire ai cittadini di scegliere da loro dove curarsi, in che scuola mandare i figli, dove investire per la propria pensione. Che esalti e valorizzi le differenze, bruciando per sempre ogni istinto egualitarista con cui la maledizione cattocomunista – che ha afflitto questo paese ed intriso la costituzione più autenticamente socialista del globo – ha prodotto un popolo di smidollati, privi di senso di responsabilità, così pieni di ignoranza diffusa ed invidia sociale da essere arrivati a votare (in ragione di uno su 3) per una banda di scappati di casa cui andrebbe revocato ogni diritto civile, a muovere dalla patria potestà e dalla partecipazione al voto.

Un soggetto politico che dia allo stato pochissimi, autorevoli compiti, come la difesa, la sicurezza, la politica internazionale e pochissimo, pochissimo di più.
Ma che sappia anche che un ruolo in Europa va davvero riconquistato per cambiare il più possibile, ma che non è serio far credere che la ricetta alternativa sia l’auto-relegazione all’isolazionismo politico, economico e monetario (a proposito, quale sarebbe nel caso la nostra valuta? Il Doblone, il Tallero, il Sesterzio?)

Non so se c’è il tempo per farlo, non so se c’è chi vuol rischiare qualcosa per provarci. Ora, ad esempio, deve prender forma la proposta di Toti; a breve capiremo in quale ambito intenda collocarsi e potremo esprimere un giudizio di interesse o distacco. In ogni caso deve trattarsi di qualcosa che faccia presa – coinvolgendole sin dalla fase costitutiva e rappresentativa – su forze, esperienze ed intelligenze di provenienza non solo politica; gente che si sia misurata con successo nella competizione economica e sociale. E che abbia dato prova di saper vincere.

Perché se c’è un portato di questa triste stagione che va sotterrato per sempre, é l’idea che “uno valga uno”, semplicemente perché non è vero.

Ci servono più Marchesi del Grillo, e meno papifranceschi.