Ciò che ha sorpreso, va riconosciuto, é stato l’effetto-valanga del voto pro-Renzi, al quale ancora gli exit-polls della domenica sera vaticinavano un testa a testa con Grillo.

Quello che invece ci si aspettava, se siamo onesti, é stata la complessiva evanescenza del centrodestra, mai così residuale ed impalpabile da oltre vent’anni.
Il peggio é che, presa la batosta, pochi o nessuno si stanno interrogando sul perché, ma molti si agitano nel tentativo di guadagnare qualche posizione nella griglia, anche se nulla si dice circa la direzione che dovrà prendere la vettura.
Insomma, ci si sta infilando nella situazione migliore perché il prossimo decennio sia caratterizzato dal dilagare di un partito-Stato, il PD, cui farà da contraltare una opposizione impresentabile, oggi incarnata da Grillo domani chissà, con il centrodestra relegato a marginale contorno. É lo schema della prima repubblica, in cui la Balena Bianca incarnò tutte le pulsioni della società (avendo cura di non tralasciare le più turpi e truffaldine) alimentandosi dell’impraticabilità del PCI.
Voglio allora provare, nella modestia del mio pensiero, ad affrontare per intero la responsabilità di un’autocritica su quello che avrebbe potuto essere e non è stato, nella nostra “metà del cielo”.
Comincio col dire che tratterò del centrodestra nel suo complesso, forzando le smorfie di quanti a questo punto del mio scritto già si apprestano a digitare sulla tastiera gli scontati commenti sul “ma perché insisti a parlare di centro, noi siamo la destra e dobbiamo fare la destra”.
Cari amici dal sacro furore identitario, riponete i polpastrelli in tasca, e provate a seguire il ragionamento: credo nessuna ponga in dubbio la mia collocazione “che più a destra non si può”. Lo dimostrano atti, scritti, dichiarazioni, polemiche  e critiche di tanti anni. Ma qui si parla della possibilità di fare politica attiva per aggregare la maggioranza di Italiani verso un modello di società più vicino ai nostri riferimenti valoriali. E nessuno in buona fede può pensare che noi si abbia mai la forza di farlo da soli. Anche le ultime vicende elettorali mostrano come il potenziale bacino di utenza di ciò che si intende per “Destra” non supera nella migliore delle ipotesi il 10% della popolazione (la stessa AN,che pure da quel dato non riuscì mai a discostarsi di molto, assunse caratteristiche per certo verso “eretiche” se viste nell’ottica dell’ortodossia purista).
Quindi, pur riservandomi più avanti qualche riflessione specifica su di noi, credo corretto rivolgerci ad un assieme più esteso di cui credo si debba provare a far parte, almeno sino a quando non si rinuncerà all’azione politica per dedicarsi alla riflessione culturale o filosofica. Disciplina appassionante che possono coltivare associazioni e circoli di area, ma che non corrisponde agli obiettivi di un partito.
Si diceva allora del centrodestra. Ha fallito, basterebbe dire questo. Nonostante in questo ventennio abbia in più momenti avuto le migliori condizioni per governare e cambiare le regole non scritte della coscienza popolare, non lo ha saputo fare. O peggio, ha scientemente rinunciato a farlo.
Un breve ripasso? Il famoso “spirito del ’94″, tanto evocato a vanvera dai cortigiani dell’ultima ora, poggiava le basi sulla voglia di liberare le forze positive della società, sciogliendo i vincoli della burocrazia, dell’oppressione fiscale, del condizionamento dei corpi intermedi e delle oligarchie finanziarie, superando la politica del malaffare in cui era affondato il sistema che si voleva sostituire per dar luogo alla democrazia della trasparenza ed alla partecipazione diretta dei cittadini alle scelte della politica, oltre gli intrallazzi delle segreterie di partito.
Nulla di tutto questo é stato realizzato. Non le semplificazioni, perché le nostre leggi si sono aggiunte e non sostituite alle precedenti, spesso contraddicendole e conservandone l’idioma fumoso. Non l’abbassamento delle tasse e la conseguente riduzione della spesa pubblica; il partito dei funzionari e dei direttori generali ha prevalso sull’investitura popolare di decine di milioni di italiani. Non l’indipendenza della politica, che piuttosto ha piegato le proprie scelte ai condizionamenti che banche e potentati imponevano a questo o quello (più a questo che a quello, ahinoi).
Non la pulizia ed il predominio dell’etica sulla politica: all’effettivo strabismo di certa magistratura si é risposto con uno scontro frontale che alla lunga é servito solo ad incrementare il fatturato di alcuni studi legali i cui Dominus, volta a volta, vestivano i panni di più fidati consiglieri politici dell’imperatore. E più la contesa si inaspriva, maggiore era il numero di furfanti che rientravano dalla finestra dopo essere stati cacciati dalla porta di Tangentopoli, certi che la denuncia dell’uso politico della giustizia avrebbe rappresentato scudo per le loro rinnovate nefandezze. Non l’affermazione di un primato dell’interesse nazionale, da tutelare in ogni contesto, a cominciare dal ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo. Su questo, a dire il vero, l’azione di Berlusconi é stata più incisiva che in altri settori; ma la resa incondizionata alla coppia Napolitano-Monti, sicari di quel sistema che mal sopportava la maggiore autonomia assunta dall’Italia, ha finito per dileguare anche i positivi risultati di politica internazionale.
Perfino l’unico vero significativo portato di questi vent’anni, ovvero il bipolarismo e la comune percezione che la politica sia semplificata ad una scelta tra due opzioni e modelli alternativi, viene ora messa in dubbio da qualche protagonista di quella stagione, che non si arrende all’inarrestabile richiesta di cambio generazionale.
Gli Italiani che diedero fiducia al progetto sono stati traditi, e la disillusione li ha allontanati da voto, se non in molti casi indirizzati elettoralmente altrove.
Il loro credito, é bene dirlo senza infingementi, non potrà essere riacquisito riproponendo gli stessi volti che hanno caratterizzato la lunga stagione di governo.
Per questo le quotidiane battaglie di posizionamento non mi appassionano. Eludono il problema; prendono atto che il vecchio leader é ancora quello che raccoglie maggior consenso ma fingono di tacere sul fatto che non avrà mai più  una prospettiva di governo, e che la sua presenza costituisce un tappo alla possibilità di organizzare una nuova stagione, con una classe dirigente fresca che sappia raccogliere la sfida di Renzi proponendo un’alternativa credibile.
Ed é per questo che mi sta ancora a cuore quello che avviene in tutto l’ambito del (ex?) centrodestra.
Serve un big-bang che segni e caratterizzi la nascita di un progetto nuovo nelle forme, radicato negli obiettivi e nei valori, che consegni al passato una vicenda politica che doveva segnare la storia ed ha finito per consumarsi tra igieniste dentali dalle curve chirurgicamente perfette, case a Montecarlo ed appartamenti vista-Colosseo acquisiti a propria insaputa.
Fare pulizia delle scorie di un potere mal gestito, e riprendere il dialogo con il popolo dei non assistiti. Che sono i giovani in cerca di lavoro e casa; i piccoli imprenditori, lavoratori autonomi e professionisti, alla mercé di banche che trattengono, per specularci sopra, i fondi ottenuti dalla BCE per ridare ossigeno all’economia; i lavoratori che non vogliono consegnare il futuro al segretario di turno della CGIL; i pensionati cui la moneta unica ha spezzato il sogno di una serena vecchiaia.
Per legittimare l’ambizione, vanno evitate preclusioni ed esclusioni, fatto salvo il richiamo alla coerenza e la prova di una effettiva alternatività alla sinistra misurata sul campo delle idee e delle coalizioni. Chi vuol stare da questa parte non può appoggiare, palesemente né sotto mentite spoglie, l’azione di un governo che si rassegna alla sudditanza verso l’Europa, non incide nella spesa pubblica, rimette la tassa sulla casa, regala ai tifosi della sinistra estrema gli indulti e le amnistie, la liberalizzazione delle droghe, l’abolizione del reato di immigrazione clandestina, e si appresta a riconoscere le adozioni per le coppie gay.
Ecco, da ultimo il ruolo che a mio avviso deve avere una forza chiaramente di destra nell’ambito di una rinnovata coalizione: custode dei limiti valoriali invalicabili entro cui si deve muovere la comune azione, rappresentante esemplare di una classe politica onesta e trasparente, che non faccia sconti a chi prende scorciatoie illegittime, chiunque esso sia.
Se è prova di intelligenza prendere atto che la Destra non potrà mai essere numericamente egemone, la determinazione e la passione politica impongono di lavorare perché la nostra parte sappia affermarsi proprio dove ha mancato, per “imborghesimento”, nella seconda repubblica: dettare l’agenda culturale, combattere il relativismo, affermare una società basata su responsabilità e merito.
Anche qui, non voglio farne una questione di sigle, per la cui vana difesa si é generata una diaspora dolorosa quanto improduttiva. Ma mi sia permesso dire che, in un panorama anch’esso macchiato da tentativi di sopravvivenza autoreferenziale, ha saputo ergersi la novità di Giorgia Meloni.
Brillante, efficace nella comunicazione, ricca di contenuti, può rappresentare il campione che la destra pone, nell’interesse dei propri riferimenti culturali, a disposizione di una più ampia coalizione che condivida la necessità di rinnovare l’offerta, anche sotto il profilo dei volti e degli interpreti.
A condizione che Giorgia stessa non venga utilizzata come scudo per chi senza rinnovarsi voglia mantenere il proprio spicciolo di potere, e sempre che il supporto alla sua crescita sia fatto con capacità critica e comune responsabilità dell’arduo compito che si prospetta.
Il peggior servizio che potremmo fare a lei, e quindi a noi tutti, sarebbe di trasformarla nel totem acriticamente adorato cui conferire lo status di leader politico che é apprezzato “NONOSTANTE il suo mondo di riferimento”.
Di unti del Signore, da queste parti, ne abbiamo già visti. E non é finita bene.