Quella che mi accingo a scrivere è una sorta di lettera aperta rivolta a tutto il centrodestra sparso: un appello primamente indirizzato all’ambito culturale e per riflesso, ovviamente, a quello meramente politico.

Siamo consapevoli che il centrodestra – dato dai sondaggi come potenzialmente prima coalizione – è oggi diviso, con la Lega al governo alleata al Movimenti 5 stelle, e Forza Italia e Fratelli d’Italia all’opposizione. Secondariamente è necessaria una riflessione per indicare l’identità politico-culturale del centrodestra, cercando ad esempio di distinguere le diverse anime, da quella liberale, quella nazionalconservatrice, a quella “populista” e individuando le connessioni che vi possono essere tra populismo e sovranismo e cosa queste significhino.

Non è dato sapere se una ritrovata “unità” del centrodestra sia un obiettivo lontano, o a portata di mano in tempi brevi, ma a prescindere da questo dato, quello che voglio qui denunciare è uno storico “decifit” riformatore e culturale del centrodestra che ancora scontiamo. Il centrodestra guidato da Berlusconi, ha governato per dieci anni, un tempo ragguardevole, periodo durante il quale l’elettorato moderato-conservatore è rimasto in attesa di una promessa “Rivoluzione liberale” che invece non è arrivata, le responsabilità non furono solo di Berlusconi e del suo partito, ma di un’intera classe dirigente. Ma più della mancanza di riforme, pesò il vuoto culturale che si palesò, e non certo per mancanza d’intellettuali di destra, ma per una mancanza organizzativa e un disinteresse da parte della politica d’area. In questi ultimi tempi, sembra che qualcosa stia profondamente mutando in nostro favore: mentre la cultura di sinistra pare essersi fossilizzata, quella di destra sta germogliando, anche grazie ad una ritrovata capacità logistica. È un’occasione che non possiamo mancare di sfruttare al meglio, ma perché ciò possa avverarsi, è necessario che si giunga ad una piena consapevolezza dei tempi che viviamo, del mutamento del mondo e dei suoi mezzi di comunicazione di massa, comprendendo così che anche il nostro lavoro intellettuale, deve per ovvie ragioni adattarsi senza per questo snaturasi nella sostanza dei valori di riferimento.

A tal proposito potrebbe essere utile leggere un libro comeUmberto Eco e il Pci. Arte, cultura di massa e strutturalismo in un saggio dimenticato del 1963”, di Claudio e Giandomenico Crapis; un libro molto interessante che ricostruisce e analizza un “articolo-saggio” diviso in due puntate che Eco pubblicò nell’ottobre del 1963 su Rinascita, il settimanale del Pci diretto da Togliatti, un appello che Eco rivolgeva alla sinistra perché essa “si rinnovasse”. In quel passaggio è “in nuce”, la svolta della sinistra futura, con il graduale distacco dalla subalternità all’Urss e – per dirla con le parole di Marcello Veneziani – la sinistra passerà da “l’Unità” a “Repubblica”, ovvero si compirà la previsione di Augusto Del Noce concernente la trasformazione del marxismo-leninismo in pensiero “radical-chic”. Eco pose la prima pietra su quella necessaria modernizzazione della sinistra per restare al passo con i tempi, indicando come via da intraprendere, l’apertura alle varie sinistre sfuse e i cattolici progressisti, ma soprattutto propose il passaggio da un’impostazione culturale ancora “idealista-crociana” a una visione “pop”, miscelando ideologie e costumi e guardando più all’America che non alla Russia bolscevica.

In parole semplici, Eco germogliò il Sessantotto. Possiamo discutere naturalmente se questa trasformazione abbia arricchito o degenerato la sinistra, diventando sì democratica, ma anche cinica e distratta sulla difesa delle fasce deboli del Paese, sostituendo i “diritti sociali” con i “diritti civili”. Ma certo non possiamo negare che sul piano strategico la sinistra sia riuscita così a insidiare la civiltà occidentale, a penetrare sul versante culturale, e infine, su quello politico. E le identiche contraddizioni, gli stessi problemi, tutti i nodi da sciogliere, li ritroviamo anche oggi, certamente in forma profondamente diversa, ma quei conflitti e quelle dualità, come tra quantità e qualità, mezzo e forma, arte e mercato, “cultura alta” e “cultura bassa”, riproduzione e trasformazione, sono temi ancor più attuali che prima, e questa “scommessa col futuro”, non riguarda solo la sinistra, bensì, anche la destra.

 

Al governo, i posti chiave per sfidare l’egemonia culturale della sinistra sono il ministero dei Beni culturali, dell’Istruzione e il controllo delle comunicazioni (in questi ultimi, oggi giocano un ruolo fondamentale, il web e i social); e naturalmente anche il ministero della Giustizia per tentare una radicale riforma della magistratura (argomento scottante nel nostro Paese). Ma la cultura si può conquistare teoricamente anche restando all’opposizione (come il Pci ha fatto per decenni durante la Prima Repubblica), purché abbia un considerevole peso politico-elettorle e una spregiudicata capacità organizzativa. Dalla scuola, al cinema, alla musica pop e rock, ai giornali, alle TV fino al web e i social.

Non si tratta di sostituire un’egemonia culturale con un’altra, né possiamo immaginare per “la destra” la figura dell’intellettuale organico, totalmente estraneo all’indole destrorso. Si tratta semplicemente di “liberare” l’Italia dalla cappa soffocante dell’intellighenzia di sinistra, e per raggiungere questo scopo è necessario che la destra diventi “Pop”; è lecito farci, come esempio, un’irriverente domanda: quando saranno prodotte a livello industriale t-shirt, ritraenti un’icona di destra come Yukio Mischima esattamente come si fa da tempo immemore con la figura del Che Guevara? Per adesso qualsiasi riferimento a figure legate al mondo politico e culturale di destra, è relegato alla clandestinità, come si commettesse un atto osceno in luogo pubblico. V’è una diversità di trattamento tra sinistra e destra che palesa la posizione privilegiata del campo progressista che è supportato anche dal mondo economico industriale – finanziario. Questa “destra pop” che  propongo, la immagino intrecciata con l’antropologia, lo strutturalismo, la semantica, in un’attenta analisi della società di massa, dei suoi gusti, dei suoi costumi e dei suoi miti in uno sforzo “formativo della società”, secondo i valori conservatori.

Non mi sfugge naturalmente il rischio che “inseguendo il mondo”, la cultura di destra, anziché usare i mezzi per diffondersi, non sia essa, “usata” dai mezzi, ma è una sfida che dobbiamo coraggiosamente affrontare. L’esempio sono il web e i social, inizialmente pensati per diffondere e consolidare il mito tecno-finanziario della globalizzazione, e rovesciati improvvisamente in strumenti di ascesa per sovranismi e populismi, al punto da ispirare in taluni paladini dell’euromondialismo e della società aperta, tentazioni “censorie”. E certamente “l’ultima frontiera” della modernità, sono oggi proprio la diffusione e l’interconnessione su scala planetaria delle reti astratte del cyberspazio: internet e social, che dopo aver trasformato radicalmente il capitalismo mondale e la comunicazione, hanno imposto una sbalorditiva rivoluzione sociale e culturale dagli esiti futuri ancor oggi imprevedibili; cosa sta già adesso comportando nell’ambito della cultura di massa e dell’antropologia sociale?

La social – generation corre certamente dei rischi gravissimi: tante sono le insidie di sradicamento e di alienazione insite nella rivoluzione digitale, e dimostrano saggezza quegli intellettuali (di destra e di sinistra) che hanno messo in guardia dai pericoli di questa trasformazione sociologica. Ma questi intellettuali solitamente si fermano all’individuazione del problema, senza approdare a possibili soluzioni del medesimo. Certamente non è auspicabile che il virtuale sostituisca il reale, ma è ingenuo e forse anche retrogrado illudersi di arrestare questo cambiamento o addirittura portare indietro le lancette della storia. Sarebbe come se mettessimo in discussione la rivoluzione industriale. Più che “respingere” la rivoluzione web-social, sarebbe opportuno “cavalcare la tigre” – per citare Julius Evola, porsi cioè la domanda su come “governare il fenomeno” e sfruttarlo a nostro favore. Detto in termini semplici: in che misura la Tradizione può risorgere attraverso la rivoluzione web-social anziché esserne annichilita?

E spunti pratici di questa connessione tra “modernità” e “tradizione”, possono tradursi anche sul piano puramente politico: penso ad esempio all’esperimento di Fratelli d’Italia che cercando di superare il “nostalgismo” della destra “dura e pura”, si propone come area “aperta” d’integrazione tra le varie anime della destra, aspirando a costituirsi come un polo “sovranista” e “conservatore”. In che misura il sovranismo dovrà coincidere con il patriottismo e non scadere nel nazionalismo, e il conservatorismo dovrà essere concepito in senso non esclusivamente economico – materialistico, bensì, come soggetto etico – spirituale, è una sfida impervia. Al momento attuale, esiste certamente un’area importante di artisti e intellettuali (inutile stilarne una lista di nomi), e più in generale di uomini di cultura di destra, non necessariamente di area “post-fascista”, ma non ostili a chi proviene dall’ambiente ex missino, che oramai hanno (abbiamo) sviluppato posizioni più moderne, attuali, e attente alla modernità di massa e alle necessità di “aggiornamento” che i tempi attuali richiedono.

Questo tema di “aggiornamento” è attuale tanto alla sfera culturale che a quella politica/partitica. Se le “vecchie leve” della cultura politica avvertono (giustamente) il rischio che la tecno-società perverta i popoli (soprattutto i giovani), attraverso “bisogni artificiali”, inculcati attraverso una subdola “corruzione ideologica” diffusa attraverso il capitalismo finanziario, la pubblicità, la cultura progressista dominante e il web, le “nuove leve” della cultura politica, si pongono il problema di come promuovere un’azione “formativa” della società in senso etico – spirituale usando proprio i canali usati dal sistema globale. Il proliferarsi di giornali telematici (che ci auguriamo non sostituiscano quelli cartacei), che offrono spazi inediti e forme d’informazione – anche culturale – ne sono un esempio.

Ma anche l’uso dei gruppi Facebook e WhatsApp, o l’uso del twit, fino al semplice scrivere sulle proprie bacheche social, condividendo articoli, audiovisivi, immagini, icone; sono una nuova rivoluzione della comunicazione di massa, che se da una parte tende a banalizzare e imbarbarire il linguaggio, dall’altro canto democratizza l’informazione e la cultura.

A noi il compito di elevarla dai bassi istinti. La questione dunque è che una moderna cultura di destra (in senso conservatrice), dovrà sapersi mutare nella forma, restando fedele nella sostanza ai valori eterni non negoziabili. L’imposizione inevitabile di questioni inedite nella sfera della tecnica, tali da mutare l’assetto delle società e l’identità dell’uomo moderno, implica una nuova concezione filosofica, un’altra visione dell’individuo, dei popoli e dei suoi valori; in che misura dunque la difesa dell’individualità, della morale, della famiglia, della vita, della fede e della Patria (solo per citare alcuni esempi), potranno e dovranno essere riaffermati in un contesto formalmente mutato?

Come il mezzo globale per eccellenza, il web, può diventare mezzo di affermazione di diversificazione anziché d’omologazione standardizzante? Gli esiti sono già intravedibili oggi, distinguendo chi usando i social tende a seguire la massa, annichilendo il sé, e chi invece tende a una personalizzazione del mezzo, come “moltiplicatore dell’io”. L’avatar come moderna “maschera pirandelliana”, ma non necessariamente per smarrire la propria identità, bensì, per proiettare esternamente la propria invisibile interiorità. Se il problema cruciale è quello indicato da Marcello Veneziani in “Rovesciare il ‘68” (e lo è), dobbiamo concludere che questo rovesciamento – dopo decenni – non è avvenuto, e finché ciò non accadrà, non potremo dirci soddisfatti: a nulla servirà andare al governo o stare all’opposizione, crescere in consensi elettorali o scendere; l’obiettivo, ed è questo il punto, è quello di trasformare la società in un processo “formatore” etico – spirituale in senso conservatore.

Per riuscire a cambiare il mondo è necessario conoscere prima di tutto la società nella quale operiamo “scientificamente” e procedere alla graduale “trasformazione”, valutando costantemente i cambiamenti che vi portiamo. Su cosa s’intenda per “cultura di destra”, io rispondo che mi rivolgo a tutti quegli intellettuali e politici che si riconoscono nell’ampia area di centrodestra, che – al momento attuale – sono in parte al governo (Lega), e in parte all’opposizione (principalmente Fratelli d’Italia e Forza Italia). Auspicando in un futuro riassemblamento del centrodestra unito, per l’immediato, rivolgo un invito a tutta quella galassia sparsa intellettuale-culturale, che – di governo o opposizione – si riconoscono nella destra. Cultura di destra è quell’ampia fascia di uomini di destra, cattolici, laici, liberali, conservatori, sovranisti, social – nazionali, che non si pongono in un atteggiamento di pura “contemplazione”, ma vogliono una profonda mutazione sociale, etica, antropologica e culturale della società.