Sono le 10.40 ora locale (8.40 in Italia), la base è in piena attività, il rumore di un motore a pieni giri, raffiche di fucile automatico il botto. Più nulla. E poi le urla, la polvere, il sangue, i corpi straziati, il dolore. A Nassiriya il 12 novembre di dieci anni fa fu l’inferno. L’attacco terroristico al nostro contingente causò diciannove morti italiani e nove iracheni più una lunga serie di feriti. Tra i sopravvissuti all’attentato Benedetto Salvino, originario di Capaci, 55enne luogotenente dei carabinieri, ora in congedo, decorato un anno fa dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con la medaglia d’oro per le vittime del terrorismo per avere partecipato ai soccorsi seppur gravemente ferito.Quel giorno il sottufficiale dell’Arma, che era arrivato in Iraq nel luglio del 2003, si trovava negli uffici della base “Libeccio”, a poche centinaia di metri da “Animal House”, come era soprannominata base “Maestrale”.

Luogotenente Salvino, ci aiuti a comprendere il contesto in cui si svolse l’attentato, ci spiega come erano dislocate le due basi?

“I carabinieri dell’Msu (Multinational, specialized, unit, ovvero un’unità di militari dell’Arma addestrata con compiti di polizia militare da utilizzare in missioni di peacekeeping, ndr) erano dislocati dentro Nassiyria, a differenza del Comando del contingente che si trovava a sette chilometri dalla città, in una base chiamata “White Horse”. La scelta di dislocare noi all’interno del centro abitato nasceva dalla natura della nostra missione, che non era di combattimento, ma mirava a stabilire un contatto con la popolazione e garantire il ripristino delle condizioni di sicurezza e vivibilità dell’area. Io mi trovavo nella base Libeccio, sede del Comando Msu/Iraq. Con il grado maresciallo ero il caposcrivano del comandante, il colonnello Gino Micale. A poche centinaia di metri c’era “Animal House”, ovvero base Maestrale. Li era dislocata l’unità di manovra dell’Msu, ossia il reparto operativo che faceva il lavoro di controllo del territorio, posti di blocco, pattuglie, scorte, insomma i compiti a noi assegnati. Al comando c’era il maggiore Claudio Cappello, originario di Palermo anche lui, proveniva dai carabinieri paracadutisti del Tuscania ed aveva alle spalle parecchie missioni all’estero…”

Cosa ricorda di quella mattina?

“Ero dentro la mia base, ad inizio mattinata sono arrivati Mimmo Intravaia, Giovanni Cavallaro, Alfio Ragazzi e Horatio Majorana. Avevano portato un bimbo iracheno che presentava alcune ustioni, lo avevano soccorso e accompagnato alla nostra infermeria per farlo medicare. Pensi che due giorni dopo sarebbero dovuti tornare in Italia, non erano impegnati in servizi particolari, stavano consegnando tutto il loro materiale per il rientro, ma non ci hanno pensato su un attimo, hanno lasciato tutto e sono corsi per aiutare quel bambino…

E allora?

“Dopo le cure mediche ho regalato al piccolo paziente della cioccolata e dei biscotti, ho fatto il caffè per tutti, sono balzati sulla campagnola per tornare alla loro base. Dovevano prima riaccompagnare a casa il bambino, il tempo della strada poi…l’inferno!”

Cosa accadde?

“Un boato tremendo, pazzesco, è saltato tutto. Sono volati via le porte, gli infissi, i vetri delle finestre, i computer, mobili, suppellettili, tutto insomma. Polvere e fumo, nonostante fossimo a circa due-trecento metri dall’esplosione. Ma il mio primo pensiero non fu la bomba, pensavo fossimo vittime di un attacco con razzi controcarro ed armi automatiche.”

Quale fu la sua reazione istintiva?

“Ho preso il fucile, indossato il giubbotto antiproiettile e l’elmetto e sono uscito, li ho visto la colonna di fumo che veniva da Animal House e mi sono diretto verso il luogo dell’attentato. Non mi ero nemmeno accorto di essere seriamente ferito al braccio. Perdevo sangue a fiotti, se ne era accorto un brigadiere che mi voleva mandare in infermeria, ma io mi sono fasciato il braccio e sono andato. Arrivato alla Maestrale la scena era apocalittica. Di una devastazione assurda. C’era tanta gente che urlava, e poi i pompieri, le ambulanza, gli Americani che accorrevano e i nostri che cercavano tra le macerie e le lamiere. Ovunque pezzi di muratura, sangue e olio di motore, parti di veicoli e brandelli umani, armi distrutte e sparse sul terreno, oggetti personali, parti di equipaggiamento, insomma, uno spettacolo raccapricciante. Era saltato tutto per aria, il comandante della base, il maggiore Capello, si era salvato soltanto perché in quel momento era andato in bagno, la sua stanza non c’era più. A quel punto mi misi a disposizione dei soccorritori e cercai di aiutarli nell’identificazione dei caduti. Non mi rendevo conto, ma il braccio continuava a sanguinare. Alle 17 circa il capitano medico si accorse della gravità della ferita e mi impose di fermarmi e farmi curare. L’indomani fui rimpatriato.”

Ci sono state negli anni molte polemiche sulla sicurezza della base Maestrale, sia per la sua ubicazione, che per la sua difesa. Qual è il suo pensiero in merito?

“Guardi, la scelta di stare dentro la città, come dicevo prima, era la più logica vista la natura della nostra missione. D’altronde prima dell’attentato i rapporti con gli abitanti di Nassiriya erano ottimi. Quella zona era considerata un’isola felice in Iraq. Poi il perimetro era stato rinforzato con gli Hesco Bastion (strutture in materiale plastico e tondini che, riempite di sabbia o terra formano un vero e proprio muro, ndr), ma sa, se arriva un camion con 350 chili di esplosivo cosa lo può fermare? Anzi, le dirò di più. Le difese hanno funzionato, nel senso che i nostri carabinieri alla porta, sacrificando se stessi, hanno fermato il camion abbattendo i terroristi che lo avevano lanciato sparando contro la base. Se fosse riuscito a superare il cancello d’ingresso e fosse esploso a ridosso dell’edificio, non si sarebbe salvato nessuno”.

Nei giorni e nei mesi successivi in Italia ha sentito l’affetto e la stima della gente, ma anche gli slogan “10-100-1000 Nassiriya”. Che effetto le hanno fatto queste reazioni opposte?

Noi abbiamo sentito davvero il Paese molto solidale e vicino a noi e al nostro dolore per i fratelli caduti in Iraq. Noi eravamo li non per combattere una guerra, ma per aiutare quella gente ad uscire da una guerra e costruirsi un avvenire di pace. Sentire quello slogan dispiace, chi lo urla sicuramente non ha capito nulla di cosa voglia dire indossare una divisa e fare il proprio dovere fino in fondo. Ma per fortuna sono in pochi a non averlo capito…