Vedere la povera Greta esibita come il vitello d’oro nelle sale di Davos fa un po’ impressione. E anche compassione. Perché se è vero che il suo faccino ingrugnito non genera né simpatia, né umana empatia resta pur sempre una ragazzina di 17 anni.

Una ragazzina trasformata dal cinismo di un’ambiziosa quanto agiata famiglia liberal svedese nella marionetta e nella ventriloqua della nuova «finanza verde». Dietro le sue felpe sdrucite e il suo incedere dimesso si nasconde, infatti, un progetto da centinaia di miliardi destinato a cambiare il volto della produzione occidentale e a generare colossali investimenti.

Per carità nulla di nuovo. Semplicemente la ripresa di quei concetti keynesiani seguiti da un’America che per uscire dalla grande recessione del 29 non esitò a finanziare lo scavo di inutili buche pur di garantire occupazione e circolazione del denaro. Oggi al posto delle buche c’è l’obiettivo irraggiungibile – e inutile se non perseguito anche da Cina e India – delle emissioni zero. Per capirlo bisogna guardare dietro a Greta. Lei è solo il megafono di chi punta non ad una sana coscienza ecologica, ma ad amplificare le ansie e farci temere un devastante cambiamento climatico generato esclusivamente dall’errore umano.

Per scoprire chi finanzia e da voce a quel megafono bisogna cominciare da Mark Carney, il brillante e dimissionario governatore della Banca d’Inghilterra pronto, a fine gennaio, ad assumere l’incarico di «Inviato delle Nazioni Unite per l’azione climatica e la finanza». Un titolo in cui la correlazione tra «finanza» e «azione climatica» ben spiega la direzione in cui va il mondo. Carney, che siede nella Direzione di Davos e per primo nel settembre 2015 sollevò il problema del mutamento climatico in ambito finanziario, è il fondatore del «Network for Greening and Financial System» una rete di trenta tra banche centrali e autorità di regolamentazione con assetti gestiti per oltre 100mila miliardi di dollari. Una dimensione colossale, quaranta volte superiore al debito pubblico italiano, che punta ad indirizzare e guidare i nuovi processi di industrializzazione «verde» in campo europeo e globale.

«I cambiamenti climatici – spiegava al Cop 25, il vertice Onu sul clima di Madrid – avranno un impatto su ogni area della finanza le aziende pronte ad allineare i loro affari alla transizioni verso le emissioni zero saranno ricompensate adeguatamente mentre quelle incapaci di adattarsi cesseranno di esistere». Dietro gli apocalittici scenari di Greta si nasconde insomma una costosa rivoluzione industriale voluta dalle «elite» finanziarie per rimettere in movimento le grandi masse di denaro indispensabili a risvegliare i mercati mondiali. Non a caso Christine Lagarde prima ancora lasciare il Fondo Monetario Internazionale per occupare la poltrona di Mario Draghi ha più volte insistito sulla necessità di mettere la lotta al cambiamento climatico «al centro della missione della Bce e di ogni altra istituzione».

Un invito immediatamente raccolto dalla Presidente della Commissione Ue Ursula Van der Leyen che sin dal primo giorno propone l’obbiettivo delle emissioni zero entro il 2050 come il nuovo mantra delle politiche economiche europee. Un mantra che prevede dieci miliardi di finanziamenti da destinare, da qui al 2030 alla trasformazione dell’Europa in un continente ad emissioni zero. Perché, come fa capire Carney, i paesi e le aziende in linea con il Greta-pensiero avranno a disposizione soldi finanziamenti a fondo perduto. Mentre chi oserà opporsi rischierà la gogna e la sparizione.