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Non si è mai vista (almeno nelle recente storia americana) una mobilitazione così massiccia e così convergente verso un candidato alla Presidenza del più importante Stato del pianeta. Mai un Presidente uscente (Barack Obama), a poche settimane dal trasloco dalla Casa Bianca, aveva invitato i cittadini americani a “non” votare un candidato. Mai l’apparato del partito cui appartiene questo candidato si era buttato nella mischia per dire agli elettori “Non votatelo!”.

Mai i circoli finanziari di Wall Street si erano espressi con questa categoricità contro un candidato che, pure, è un miliardario che, però, si paga la campagna elettorale con i suoi soldi e non con quelli dei donatori.

Mai c’erano state riunioni ristrette, tipiche dei clubs esclusivi tipo Bildberg, per buttare nella fornace rovente della campagna elettorale miliardi di dollari destinati a finanziare iniziative di contrasto verso questo candidato.

Tutta questa roba è davvero una primizia per la storia politica degli States.

Hillary Clinton, parlando in un evento televisivo della Cnn a Columbus (Ohio) ha detto che i leaders stranieri sono pronti ad appoggiarla direttamente pur di fermare Trump.

George Soros, il miliardario noto per le sue spericolate speculazioni finanziarie sui mercati di tutto il mondo, Italia compresa (chiedere a Prodi), ha messo cinque milioni di dollari in un progetto, denominato “Immigrant Voters Win”, per invogliare i latinos della Florida, del Nevada e del Colorado (in questi Stati i latinos sono parecchi) ad andare a votare contro Trump. A dare la notizia è stato il “New York Times” che ha definito entusiasticamente il progetto come “la più grande campagna democratica volta a mobilitare gli immigrati”. Obiettivo: avere un minimo di 400mila nuovi elettori entro le elezioni di novembre. Non è un caso che le domande di naturalizzazione sono aumentate nelle ultime settimane del 14% rispetto a un anno fa.

Soros insomma punta a creare un voto bloccato di tipo razziale che, a parti rovesciate, verrebbe subito bollato come “blocco razzista”.

Sigmar Gabriel, presidente della Spd, vicecancelliere e ministro dell’Economia della Germania, in una intervista al quotidiano domenicale “Welt am Sonntag” ha detto che “Donald Trump, Marine Le Pen e Geert Wilders non rappresentano solo una minaccia per la pace e la coesione sociale ma anche per lo sviluppo economico”.

Angela Merkel, dal canto suo, allo stesso giornale ha detto di preferire di gran lunga la Clinton anche perché la Clinton “è una fervente tifosa del partenariato transatlantico”, quello destinato a strangolare l’economia europea ed in particolare l’agricoltura.

Nel civilissimo Regno Unito alcuni parlamentari di tutti i partiti hanno tenuto un dibattito (per la verità in una piccola sala della Westminster Hall e non già alla Camera dei Comuni) per sollecitare il Governo di Londra a vietare a Trump l’ingresso sul territorio britannico. La Scozia, di cui è originaria la madre di Trump, ha revocato al candidato repubblicano il Dottorato onorifico che gli aveva concesso.

Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, ha messo in guardia gli elettori americani perché, se fosse eletto, Trump potrebbe prendere decisioni “estremamente pericolose”.

Insomma di tutto e di più.

C’è chi addirittura, ieri, negli Usa parlava di “strategy of tension 2016” facendo esplicito riferimento ai meravigliosi anni italiani nei quali il potere con la politica (conventium ad excludendum di demitiana memoria), con i servizi più o meno deviati (strategia della tensione) e con la Magistratura (ricostituzione del disciolto partito fascista) sbarrarono la strada alla destra missina.

Che Trump sia destinato a fare la fine di John Fitzgerald Kennedy, di Robert Francis Kennedy e di Martin Luther King? Speriamo di no ovviamente.

Ma chiediamoci: perché c’è tutto questo odio verso il tycoon newyorkese?

La risposta a questa domanda sta in questi sette punti-chiave dei discorsi di Trump:

  • la guerra in Irak è stata un disastro storico;
  • lui, Trump, sarà un intermediario onesto tra israeliani e palestinesi, come lo fu Carter a Camp David;
  • lui, Trump, vuole andare d’accordo con Putin come Nixon fece con Mao e Breznev;
  • non vuole ingaggiare nuove crociate in nome della democrazia;
  • non si opporrà ai bombardamenti russi contro Daesh;
  • costruirà il muro per impedire l’immigrazione clandestina dal Messico;
  • i ricchi dovranno pagare il prezzo delle loro tutele.

Questi sette punti toccano dei veri e propri tabù della politica americana. Toccano l’establishment di Wall Street come quello della comunicazione, della Camera dei Rappresentanti come quello del suo partito, il Gop.

Se vincerà Trump, con queste premesse, ci sarà insomma da attendersi un terremoto a Washington Dc.