In una delle sue pagine più reazionarie e ‘antimoderne’, il padre della contestazione sessantottesca, Herbert Marcuse, ironizza sulla società nordamericana che avrebbe messo Amleto sul lettino dello psicanalista.Non aveva previsto, però, che, col tempo, la malattia mentale sarebbe stata considerata un reato. E’ il caso del fascismo perversione paranoica e, insieme, delitto che la legge Fiano punisce con reclusione da sei mesi a due anni. Che l’«immortale desiderio di fascismo» — per riprendere il titolo di un articolo di Massimo Recalcati — attesti una pericolosa regressione antropologica, il disfacimento della tela di Penelope della civiltà greco-romana,cristiana e illuministica è stato detto e ridetto migliaia di volte. «Il vero problema — scrive Recalcati — non è perché le masse abbiano sopportato passivamente l’oppressione del fascismo, ma perché lo abbiano così ardentemente desiderato. Ecco il punto più scabroso che la crisi del nostro mondo sembra aver riesumato: è possibile desiderare il fascismo?». La domanda è retorica e l’Ur-Faschismus,(uno dei peggiori saggi di Umberto Eco) sintetizza’magistralmente’ tutto quello che c’è da dire sul tema: « Il desiderio del fascismo è un desiderio “eterno” perché esprime una tendenza propria della realtà umana: disfarsi dell’inquietudine della libertà, preferire la consistenza delle catene e della dittatura rispetto all’aleatorietà della vita, cercare rifugio nella cementificazione della propria identità piuttosto che rischiare l’apertura e la contaminazione».

Giustamente Marcello Veneziani ha obiettato a Recalcati che, in fatto di patologia politica e di ‘servitù volontaria’ e desiderata, il fascismo sta sullo stesso piano di ogni altra dittatura totalitaria e che i suoi valori sono diversi da quelli comunisti ma non pertanto possono considerarsi aberranti: «Per esempio, il bisogno permanente di autorità e di gerarchia, il bisogno eterno di identità, di fedeltà, d’amor patrio e radici comunitarie (bisogni fondamentali dell’animo umano, diceva Simone Weil, ebrea e socialista, tutt’altro che fascista). Per esempio, il bisogno di collegarsi a una tradizione, di riconoscere sovranità, diritti e doveri, meriti e capacità, giustizia sociale e non lotta di classe. Questi sono bisogni fondamentali di ogni civiltà; vorrei anzi sperare che siano desideri davvero immortali, insopprimibili».

Credo che Veneziani abbia ragione ma qui non si tratta solo di valori che vengono stravolti in disvalori ma di un fenomeno, direi quasi epocale, che Recalcati individua bene: il fascino crescente e latente del demonizzato regime fascista, che spiega la quantità sterminata di libri, di film, di documentari televisivi che le ricorrenze ‘nere’ (quest’anno, delle famigerate leggi razziali). Non c’è quasi periodo storico che abbia ricevuto — e non solo in Italia — la stessa attenzione del nostro esecrabile ventennio, non c‘è personaggio più studiato del duce (v. la recente biografia romanzata di Antonio ScuratiM. il figlio del secolo, ed. Bompiani di ben 840 pagine!). Vien da pensare che questa imponente letteratura, da un lato, abbia acceso il rabbioso risentimento dell’ANPI, che percepisce lucidamente come l’antifascismo iscritto nella Costituzione italiana sia sempre più estraneo alle grandi masse e, soprattutto, ai giovani; dall’altro, abbia instillato ,in quel che rimane della sinistra tradizionale (a mio avviso, oggi la vera sinistra sono i pentastellati, costola plebea della rivoluzione sessantottesca), la paura di perdere, con l’antifascismo, il simbolo stesso della sua identità culturale e della sua legittimazione etico-politica, una volta screditate le sue battaglie classiche — a cominciare dal controllo dello Stato sull’economia al fine di assciurare un’equa distribuzione del prodotto sociale.

In realtà, sono «le promesse non mantenute» della Repubblica a spiegare lo scettiicismo e la disaffezione italiana nei confronti dello Stato e delle sue classi dirigenti. All’italiano medio di Julius Evola (“chi era costui?) o di Giovanni Gentile non gliene può importare meno: ma la visione delle ‘grandi opere del regime’, che stanno davanti agli occhi di tutti, l’ordine pubblico da esso garantito (sia pure a suon di manganello), una certa sicurezza sociale, una rinuncia implicita a invadere troppo la privacy (il cinema, «l’arma più potente», sfornò solo una decina di film di propaganda e alcuni di eccellente fattura) non possono non venir messe a confronto con un’Italia democratica e antifascista che ha realizzato una sola grande opera pubblica (l’autostrada del Sole), ci ha fatto entrare in Europa nel modo peggiore e nel modo peggiore ha smantellato (come, forse, pur si doveva) l’industria pubblica e, col passare degli anni, ha espresso, al centro come a sinistra, classi dirigenti non certo all’altezza dei De Gasperi, degli Einaudi, dei Vanoni.

Invece di un serio esame di coscienza, la sinistra d’antan, per sottrarsi al naufragio, ha scelto il salvagente peggiore: il ricorso all’arma giudiziaria contro il nostalgismo fascista. Con esiti, a dir poco grotteschi, come l’iscrizione sul registro degli indagati dei venti ‘camerati’ che, a Catanzaro, al funerale di Ferdinando Giardini, uno dei fondatori del MSI, hanno alzato il braccio al grido rituale di ‘presente’; o lo scandalo per un episodio analogo verificatosi a Sassari al funerale di un alto esponente dell’accademia, come il giurista Giampiero Todini, al quale Francesco Cossiga aveva conferito le onorificenze di Cavaliere al merito della Repubblica (1987) e poi di Commendatore (1991). Un commosso omaggio ai defunti e agli ideali in cui avevano creduto è diventato apologia di fascismo. Come non pensare a quella bellissima scena del film Don Camillo in cui il sindaco comunista Peppone impone alla sua maggioranza antifascista di rispettare le volontà della maestra Cristina che, per i suoi funerali, aveva chiesto la bandiera del Regno d’Italia sulla bara. Era quella un’Italia civile di cui stiamo perdendo la memoria storica.

 

Dino Cofrancesco, Il Giornale 15 settembre 2018