L’agonia dell’ISIS s’intreccia fatalmente a vere e proprie catastrofi ambientali. È il caso di  Qayyarah, piccola città dell’Iraq settentrionale a circa settanta chilometri a sud di Mosul, la “capitale” del c.d  Stato Islamico.  Mentre continua l’assedio di Mosul — ben più sanguinoso e complesso di quanto annunciato dai media —  Qayyarah continua ad ardere, a bruciare. La scorsa estate, i miliziani del califfo nero si sono ritirati sotto la pressione dell’esercito, ma prima di andarsene i tagliagole hanno appiccicato incendi ovunque. Con risultati devastanti.

Qayyarah nel dialetto locale significa catrame e, infatti, l’intera città sorge  su una grande falda petrolifera, e nelle sue vicinanze ci sono pozzi, una raffineria e un grande impianto di lavorazione dello zolfo.

Da mesi la vita l’aria è irrespirabile, ma gli abitanti non vogliono abbandonare le loro case, i pochi averi

(Chris McGrath/Getty Images)

e lottano con disperata volontà contro il fuoco. L’ISIS è anche questo.