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Non illudiamoci. I bombardamenti americani su Sirte non rappresentano l’avvio d’una nuova brillante strategia, ma semplicemente il tentativo di mettere una pezza ad un clamoroso fallimento. E prefigurano una svolta molto pericolosa per un’Italia che, dopo esser stata al balcone confidando di poter manovrare le confuse mosse del governo libico di Fajez Serraj rischia di dover rincorrere, come nel 2011, le mosse – altrettanto confuse – dei propri alleati.

Ma partiamo da Sirte. I raid statunitensi lanciati su richiesta di Serraj sono il segnale più evidente della batosta subita dal coacervo di milizie impegnate nell’operazione «Bunyan Al-Marsoos» ovvero «Muro impenetrabile». Un’operazione coordinata da Misurata che doveva segnare la nascita di un nuovo esercito libico, fedele al governo di unità nazionale di Serraj, e dimostrare la capacità del nuovo esecutivo di contrapporsi autonomamente alle forze dello Stato Islamico.

L’operazione, coordinata da alcuni distaccamenti di forze speciali americane e dagli inglesi delle Sas, si è rivelata fin qui un fallimento. Dopo esser entrati a Sirte ai primi di giugno i miliziani fedeli a Serraj si sono ritrovati impantanati in un labirinto urbano dove mine, trappole esplosive ed attacchi a sorpresa degli uomini del Califfato hanno seminato morte e paura tra i combattenti di un’operazione che conta ormai oltre 300 morti e 1500 feriti. Un bilancio insostenibile per Serraj che, alla fine, ha dovuto smentire se stesso ed implorare l’aiuto americano.

Ora però s’apre un capitolo difficilissimo e non solo per Serraj, ma anche per un’Italia che da una parte ha puntato tutto su di lui e, dall’altra, non ha assunto alcuna iniziativa militare per timore di finire nel mirino dello Stato Islamico. Essere i padrini politici di un governo che oltre a non controllare il territorio e a non godere di alcuna legittimità politica si rivela totalmente inadeguato sul piano militare non è un gran vanto.

Peggio ancora sarà gestire il brusco dietrofront avviato dalla richiesta d’aiuto di Serraj agli americani. Dopo aver rinunciato per mesi a definire una strategia militare autonoma e concreta il governo di Matteo Renzi si ritrova costretto a seguire l’alleato Usa mettendo a disposizione basi e aerei e inviando un contingente di uomini dei servizi e delle «forze speciali» sul complesso fronte di Sirte. L’Italia è insomma costretta ad adeguarsi alle mosse di Washington partecipando in tutta fretta ad un intervento militare in cui non ha alcuna autorità decisionale e di cui non sono stati chiariti gli obbiettivi finali. Un intervento di cui non è facile individuare i vantaggi – visto che non sarà l’Italia a guidarlo – ma di cui è molto semplice intravvedere i contraccolpi. Dal momento in cui ci metteremo al traino di Washington ridiventeremo immediatamente la vecchia nazione «coloniale» al soldo dei «crociati» e finiremo nel mirino del Califfato.

Ma se questo era l’inevitabile traguardo allora era meglio arrivarci disegnando una strategia militare favorevole ai nostri interessi. Farlo non era assolutamente impossibile. Per riuscirci sarebbe bastato assumere, come ci era stato proposto a gennaio, l’iniziativa militare e convogliare in Libia gli uomini dispiegati in territori come l’Afghanistan e l’Iraq dove l’unico interesse nazionale da difendere sono i buoni rapporti con un Obama abituato a contare sull’ubbidiente disponibilità di Matteo Renzi. I militari italiani utilizzati per addestrare i curdi iracheni potevano esser molto più proficuamente impiegati per organizzare quelle milizie Brancaleone mandate allo sbaraglio nei vialoni di Sirte.

Pur venendo tacciati di neo colonialismo e finendo nel mirino del Califfato avremmo comunque avuto un piede sul terreno gestendo rapporti e raccogliendo informazioni preziose non solo per la lotta la terrorismo, ma anche per la difesa del nostro gas e del nostro petrolio oltre che per la lotta ai trafficanti di uomini. Dopo esser stati inutilmente alla finestra ci ritroviamo coinvolti, invece, in un avventura militare in cui rischiamo di rappresentare al tempo stesso i servi sciocchi e i comodi e vicini obbiettivi.