Totalmente fuori strada Panebianco nel suo editoriale di ieri sul Corriere  “L’inevitabile frattura a sinistra”. A suo avviso, un avviso isolato e lontano tanto della realtà quanto della storia, la causa più importante della scissione, che spaventa ma viene ridotta nelle dimensioni e negli effetti dalla grande stampa, legata ai centri di potere, “non è istituzionale (il sistema elettorale) ma culturale. In tutti questi anni le culture politiche che diedero vita al PD non si sono fuse , non hanno dato vita a niente di nuovo. Erano state solo “incollate” fra loro”.

Ma quale istituzionale e culturale? I milioni di italiani, che il 4 dicembre hanno grintosamente bocciato0 il referendum, non avevano preoccupazioni culturali né pretendevano di porre antitesi culturali. Volevano infliggere unicamente una lezione a Renzi, alla sua arroganza, alla sua inconcludenza senza curarsi della sua insipienza istituzionale e della sua inconsistenza culturale. Non eleviamo ad altezze ideali ciò che ha radici e ragioni di mero potere…

Panebianco asserisce che al momento della nascita del PD “le parti mantennero le antiche identità”. Identità ci può essere e sicuramente sopravvive nei cattolici democratici, tipo Sergio Mattarella, o nei radicalchic, tipo il conte Paolo Gentiloni Silveri, non certo nel “boy scout” dell’Arno, uso muoversi con i “cerchi magici” ed i centri di potere (fra tutti e su tutti Sergio Marchionne e la Confindustria).

L’editorialista sorvola sulla simpatia, magari concorrenziale ma mai antitetica, nelle vicende del dopoguerra tra comunisti e sinistra cattolica, una simpatia tradottasi nel sabotaggio delle coalizioni centriste, capaci di emarginare la seconda e non ascoltare le proposte spesso perentorie ed ultimative dei primi con la loro “cinghia di potere”.

L’intero articolo insiste ed è fondato su questa presunta ed inesistente “divisione culturale” , da considerare e prima ed oggi una lotta di potere. E’ facile ricordare gli effetti deleteri della predicazione del siculo toscano, ammirato da Renzi, o le proposte della sinistra democristiana, condivise se non addirittura ispirate dall’allora PCI?

Panebianco individua, sognando, una “cultura politica” in Renzi, costruita con spezzoni lapiriani e con novità tecnologiche premature e di facciata o collusioni con “l’imprenditoria privata più dinamica”, quella che per noi è arrembante e prevaricatrice quanto nella prospettiva lunga improduttiva.

All’indomani della scissione, la cui consistenza è tutta da vedere, Panebianco esita ad illuminarci sulle linee, sulle strategie e sugli obiettivi del PD di Renzi, quel Renzi che tutti, compreso Panebianco, abbiamo ascoltato enunziare fieri e decisi propositi di rinunzia in caso di sconfitta al referendum. La coerenza?

Sul centro – destra, nello stesso tempo, si ha notizia di manovre, che la musa ispiratrice francese di Salvini definirebbe “dejà vu” mentre i vecchi latini si richiamerebbero all’abusato ma sempre valido “ne bis in idem”, con il vecchio (ultra ottantenne) capocomico indiscutibile, anche dopo gli infiniti errori commessi nell’azione politica e nella selezione degli uomini o meglio dei comprimari o figure di contorno.

Arriva in questi giorni la proposta, non certo inedita, del “listone unico”, di cui non è davvero arduo prevedere e la faticosa preparazione e la nebulosa quanto difficoltosa attuazione sul campo.