Migliaia di italiani ‘sfidano’ il coronavirus con comportamenti irragionevoli, violando ogni regola ed evitando qualsiasi precauzione anti-contagio Covid: niente mascherina, feste in casa ed happy hour, movida e contatti sociali, come se i rischi non esistessero. E tutto questo “non avviene per semplice imprudenza o ignoranza, ma è legato a un disturbo cosiddetto da ansia depressiva reattiva: una ‘risposta’ alla paura che porta un’inversione del tono dell’umore, che si alza troppo, fino a negare la realtà”. Con tutto ciò che ne consegue in termini di rischio di contagi.

A lanciare l’allarme sull’ennesimo strascico psicologico causato dal coronavirus e le sue restrizioni, nella fase 3, è Adelia Lucattini, psichiatra, psicoanalista ed esperta in omeopatia e medicine non convenzionali, che suggerisce delle ‘terapie integrate’ ad hoc per superare questo e altri disturbi ‘Covid-indotti’. 01/07/2020 10:30 – Adnkronos, Salute.

 Esilarante la mia non-collega – una volta dissi ad un Pubblico Ministero in un momento rilassato di un’udienza che l’unico collega al quale riconoscevo competenze cliniche e parità di confronto era Hannibal Lecter – nel suo variegato curriculum fino a comprendere delle imprecisate “terapie integrate”. Terapie, si potrebbe chiedere un incauto e superficiale lettore, mirate ad affrontare le ansie indotte dalla propaganda virogena del sistema? Ma quando mai, povero e dissennato cittadino.

La psichiatra pluri-interventista nota invece, nel divertimento di talune persone, nella spensieratezza dei giovani e nella spregiudicatezza di certi anziani, una specie di pulsione controfobica – a lei sicuramente piacerà questo frasario colto, che so usare benissimo e anche amplificarlo –, un istinto di morte che viene inconsciamente rimosso con il meccanismo di difesa della negazione, una paura innominabile che viene soffocata psichicamente con gesti di spavalderia e di arrogante menefreghismo. Sprezzanti del pericolo e sdegnosi della cautela, non potendoli denunciare come untori li classifica come malati.

E certo, dottoressa, il risultato delle sue “terapie integrate ad hoc per superare questo ed altri disturbi” potrebbe essere quel fenomeno sulla brandina in foto, oppure i guidatori solitari con mascherina, i distanziatori dei tre metri minimi, i dermato-ossessivi degli spruzzini disinfettanti. Potrebbero essere i pulitori delle seggiole dei bar, i sanificatori delle casse dei supermercati, i consumatori dei guanti di lattice.

Io, al contrario, penso che una operazione psico-sociale sarebbe quella di denunciare i fomentatori delle ansie, di ridurre le angosce dell’imprevedibile, di supportare i comportamenti di vitalità e di volontà di potenza. È l’ardire della energia esistenziale contro la viltà dell’impotenza necrofila. La sua impostazione pseudocurativa radicalizza l’angoscia e dilata l’insicurezza. Per altro, avendo aderito al futuristico “Me ne frego”, come dissi ad uno dei frequenti rompicoglioni virus-condizionati: io morirò anche prima di molti, ma felice e libero; altri finiranno la loro insipida esistenza insoddisfatti e prigionieri delle loro angosce.

Poi, mi permetta un appunto politico. Quando nell’articolo si afferma che i renitenti alla subordinazione del regime non dimostrerebbero un corretto esame di realtà, mi sembra una rievocazione delle cartelle della psichiatria sovietica, secondo la quale i dissidenti necessitavano del manicomio perché non pericolosi, ma semplicemente incapaci di riconoscere la bontà, la gioia, la bellezza e la prosperità del sistema comunista.

Forse, dottoressa, un percorso terapeutico adeguato sarebbe quello di portare i pazienti alla consapevolezza della trappola che è stata tesa loro da una falsa realtà, piuttosto che condurli all’adattamento mansueto alla menzogna. Quindi, riassumendo: ridicola la patologizzazione della vitalità, ma pericoloso l’adeguamento dei camici bianchi alle istruzioni del potere.