In una pagina rigorosamente interna, per l’esattezza la XIX, il “Corriere della Sera” pubblica, in maniera del tutto acritica e priva di valutazioni, l’intervista da un dissidente cinese, indicato con uno scontato pseudonimo, evidentemente necessario, “Dalù”. Narra il cinquasettenne ex speaker in un radio di Shanghai, licenziato per aver ricordato la strage di Tienanmen, che la mattina del 4 giugno 1995, dopo aver visto le foto, conservate da un collega di redazione, dei cadaveri degli studenti, trucidati 6 anni prima nella grande piazza di Pechino, decise di parlarne con l’effetto dell’immediato allontanamento.

“Dalù” , arrivato nelle Marche (speriamo bene per la sua integrità fisica e per la sua libertà), rileva che “con la presidenza di XI la Cina in Cina è peggiorata, sento che il 1989 sta tornando. Negli ultimi mesi ricevevo continue minacce di morte. Così sono partito”. Il giornalista confessa, speriamo con le dovute e necessarie riserve, di sentirsi “in un posto sicuro e pieno di dignità”, senza celare i timori per la sorte della moglie, che, rimasta in Cina, dopo la sua intervista “potrebbe correre dei pericoli”. Teme “le conseguenze” e quindi non svela né il suo vero nome né, tanto meno, il nome del piccolo centro delle Marche, che lo ospita.

Si tratta di timori tutt’altro che infondati, sui quali, se non gli “anticomunisti viscerali”, nessuno riflette in nome e nel segno della massima, arida e mortificante ma vera, del “pecunia non olet”. La cronista, curatrice dell’intervista, non perde l’occasione subdola di segnalare il carattere “ribelle sin da bambino” di “Dalù”, il quale nota senza nascondersi  che “quella che ha preso il Paese è una dittatura terribile. I cinesi sono un popolo molto degno e non c’entrano nulla con la cultura liberticida che ha instaurato il partito comunista. Spero che trovino la forza di ribellarsi ma non con le armi”. Rinforza il giudizio, rilevando che “la democrazia non si impone con i carri armati”.

Svela poi il vero volto del progresso economico, ristretto ai “mandarini” del regime, con costi ambientali, sindacali e sociali altissimi. Precisa, e chi dovrebbe intendere speriamo intendo il vero volto del “miracolo”: “oggi ci sono 600 milioni di persone che guadagnano 140 dollari al mese”. La crescente mancanza di libertà segna l’epilogo e rappresenta la sintesi dell’intervista: “La vicenda di Hong Kong dimostra che siamo ad un bivio, è come fossimo in guerra”.

Il quotidiano americano New York Times, prototipo del giornalismo liberal, ha indirettamente recato una forte conferma alle valutazioni e alle considerazioni di “Dalù”. A detta dell’organo di stampa i leader considerano una priorità la realizzazione di una vita migliore in cambio dell’assenza di libertà politica, fermo il problema di gran lunga più grave del rientro dei cittadini al lavoro. Infatti – sembra sfuggire ai governanti italiani e a certi politici di opposizione, stranamente incerti nell’individuazione delle responsabilità – che mentre da Pechino si combatteva l’epidemia di coronavirus, poi trasmessa in Italia, milioni di lavoratori hanno perduto il posto e altrettanti hanno visto ridursi orari e quindi stipendi.