“Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.”  Così, secondo i Vangeli, Gesù, rispondendo ad una provocazione dei Farisei, definiva chiaramente ed efficacemente il principio fondamentale sul quale basare i rapporti tra politica e religione o, in termini moderni, tra Stato e Chiesa. Un principio che in Italia è sempre stato di difficile applicazione, vuoi per la secolare presenza del potere temporale della Chiesa (secondo Guicciardini principale causa della mancata unificazione degli Italiani in un unico stato) vuoi, nel dopoguerra, per il potere enorme esercitato per decenni da una Democrazia Cristiana legata a doppio filo alle gerarchie vaticane, delle cui istanze la DC era spesso fedele esecutore e longa manus, sia per ragioni storiche o di interessi comuni, sia anche per consuetudine personale (basti ricordare l’amicizia tra Aldo Moro e Paolo VI o i rapporti di Giulio Andreotti con prelati di ogni ordine e grado.)

In fondo la futura Balena Bianca era una creatura di madre Chiesa, con una classe dirigente cresciuta nella FUCI o all’Universita Cattolica di Padre Gemelli e nella quale le posizioni politiche spesso rispecchiavano posizioni dottrinali o della gerarchia. D’altra parte persino Mussolini, dopo la firma dei Patti Lateranensi, aveva faticato a limitare le ingerenze della Chiesa, o per lo meno di una parte di essa, nella politica e le interferenze nella educazione dei giovani, arrivando nel 1931 alla soluzione drastica di sciogliere l’Azione Cattolica divenuta un potenziale focolaio di opposizione politica e di disobbedienza all’autorita’ dello Stato.

Tutto ciò per dire che in Italia l’abitudine delle gerarchie ecclesiastiche di occuparsi di argomenti estranei al ministero e di ingerirsi direttamente nelle questioni politiche di competenza dello Stato è di vecchia data, tanto da costituire una sorta di patologia congenita a quanto pare difficilmente estirpabile.

Non che questo sia stato sempre di per se’ un fattore negativo: senza la mobilitazione della gerarchia e delle organizzazioni cattoliche militanti sarebbe stato molto difficile, ad esempio, arrivare alla vittoria del 18 aprile 1948 e forse la storia italiana avrebbe preso un’altra piega. Così come, al contrario, fu letale l’atteggiamento della Chiesa, o per lo meno delle sue gerarchie, nel referendum del 1974 per l’abrogazione delle legge sul divorzio, nel quale la CEI, pressoché compatta, trascino’ al disastro Fanfani e la DC.

In linea generale per la maggior parte dei lunghi anni del regime democristiano gerarchie ecclesiastiche e potere politico hanno marciato di pari passo ed in reciproca simbiosi: sacerdoti, vescovi cardinali (e non solo) sostenevano la DC e la DC sosteneva le esigenze della chiesa seguendone molto spesso le direttive. Difficile in quella situazione capire cosa si stesse rendendo a Cesare e cosa a Dio: i feudi del potere democristiano erano tranquillamente condivisi e cogestiti da tonache e grisaglie senza troppe distinzioni né scrupoli, mentre le organizzazioni cattoliche restavano il principale serbatoio da cui la DC attingeva i propri quadri e quindi la classe dirigente del paese.

Esemplare, nella sua comicità, la rappresentazione che di questo periodo fa Pietro Germi nel film “Divorzio all’Italiana”, con il parroco che nell’omelia della messa domenicale dice di non volere dare indicazioni di voto ma raccomanda di votare un partito che sia contemporaneamente “democratico” e “cristiano”. Il fruttuoso connubio tra prelati e democristiani subì un primo duro colpo con l’elezione di Karol Wojtyla: un papà forestiero che volendo liberare il suo paese dal comunismo delle beghe politiche italiche non se ne occupava e non ne voleva sapere. Certo, restavano intatti il potere di influenza e le relazioni politiche di una Curia a stragrande maggioranza italiana, ma rispetto ai tempi di Paolo VI, che come assistente spirituale della FUCI aveva allevato un paio di generazioni di leader democristiani, c’era comunque una bella differenza.

Il rapidissimo dissolvimento della DC nei primi anni ’90 chiuderà poi per sempre sia questa storia che il mito dell’unità politica dei cattolici, ponendo alle gerarchie ecclesiastiche problemi (ma anche opportunità forse non colte appieno) nuove.

È in questo contesto storico-culturale che si inseriscono e vanno valutale le furiose esternazioni di Monsignor Nunzio Galantino, segretario  della CEI. L’autorevole esponente della Conferenza Episcopale, forse ipotizzando una possibile sintonia con il Papa, non ha esitato ad intervenire a piedi uniti e con scarponi chiodati nel dibattito sul problema della immigrazione.

E lo ha fatto con pesanti dichiarazioni dalla valenza prettamente politica dalle quali appare evidente che, come ai tempi della DC ma con modalità del tutto diverse e squisitamente mediatiche (come è nello spirito del tempo), l’uomo di Dio stia nuovamente invadendo il campo di Cesare.

Tutti conosciamo, per averlo sentito chissà quante volte a Messa, questo passo del Vangelo di Matteo: “Venite, benedetti da mio Padre, entrate nel Regno preparato per voi fin dall’inizio del mondo. Perché avevo fame e voi mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato dell’acqua, ero straniero e mi avete ospitato nella vostra casa, ero nudo e mi avete dato dei vestiti, ero malato e in prigione e siete venuti a trovarmi!” È questo il passo che illustra efficacemente il dovere, per ogni cristiano, di accoglienza ed assistenza dei più deboli e sventurati. Ma non a caso viene richiamato nel contesto del giudizio divino che toccherà individualmente a ciascuno di noi.

Si tratta, quindi, di un dovere individuale, di un principio di coscienza che riguarda singolarmente ogni credente. E di fronte ad un problema come quello dell’immigrazione ogni cristiano dovrà fare le sue scelte seguendo la sua coscienza e sapendo che su queste sarà giudicato quando sarà il momento.

In sostanza un problema che riguarda Dio, non Cesare. Non è quindi un criterio di giudizio corretto né per valutare l’azione del governo né per ispirare o criticare la legislazione dello Stato, come fa Monsignor Galantino confondendo, invece, il piano di Dio con quello di Cesare. È assurdo e fuori dal tempo pretendere, indicando persino i modelli di riferimento, che un moderno stato laico (laico, non laicista o anticlericale) conformi la propria legislazione alle indicazioni dottrinali della Chiesa o ai suoi fini ecumenici.

Il compito dello Stato è primariamente il benessere dei propri cittadini, lo sviluppo della sua comunità organizzata, il corretto impiego delle risorse messe a disposizione dai cittadini per i fini comuni. Non è compito della Repubblica Italiana risolvere i problemi dell’Africa o utilizzare le risorse pubbliche per sfamare e/o mantenere i milioni di disgraziati magari distogliendo mezzi consistenti dalle necessità dei suoi cittadini che, tra l’altro, li hanno conferiti.

Lo Stato sta già facendo moltissimo con le operazioni di soccorso in mare, che nella visione distorta di Mons. Galantino sarebbero solo un modo di tacitare la coscienza, e con l’assistenza, purtroppo inefficiente, che sta già fornendo ai disgraziati che attraversano il mare.  Per questioni pratiche e terrene, quelle di cui deve occuparsi lo Stato e per le quali viene poi giudicato dai suoi cittadini, l’Italia non può e non è tenuta a fare di più, come nulla di più, anzi molto di meno, stanno facendo la cattolicissima Austria (che chiude le frontiere e rispedisce qui tutti i profughi che trova sul suo territorio) o l’ancor più cattolica Spagna (che rispedisce al mittente i barconi senza troppi complimenti e che a Ceuta e Melilla, protette da chilometri di barriere e filo spinato, non disdegna l’uso delle armi).

Il governo va criticato ma non perché, come dice Galantino, non accoglie abbastanza e quindi non segue adeguatamente il principio evangelico di cui sopra. Va criticato pesantemente, invece, per la sua incapacità ed inefficienza nel gestire un problema così rilevante, per gli sprechi e le ruberie che caratterizzano la gestione dei profughi, per l’ipocrisia da sepolcri imbiancati (visto che siamo in tema di Vangeli) che permette di tenere migliaia di persone nelle stazioni o sotto i ponti o in tendopoli organizzate in qualche modo in condizioni miserabili facendo finta che si tratti di “accoglienza”, salvo poi scatenare i prefetti nella ricerca di soluzioni improvvisate che sconvolgono intere comunità nel nome di un’emergenza tutt’altro che imprevedibile.

Queste sono le critiche che qualsiasi cittadino, in quanto tale e non in quanto cristiano, in nome dell’interesse nazionale e non della coscienza (che è individuale) deve muovere al suo governo; questione prettamente politica, non dottrinale e quindi materia di Cesare, non di Dio. Ma l’invasione di campo di Monsignor Galantino non si ferma qui. “Piazzisti da quattro soldi che pur di prendere voti, di raccattare voti, dicono cose straordinariamente insulse!”  È questo il giudizio che il presule riserva ai partiti (pare di capire Lega e Grillini, ma immagino anche Fratelli d’Italia) che si oppongono all’immigrazione indiscriminata.

Con ciò la CEI si accoda al grossolano e superficiale pensiero unico politicamente corretto secondo il quale chi vuole arginare o comunque limitare l’impatto del fenomeno migratorio lo fa solo per squallidi interessi di bottega, per sciacallaggio politico e non per legittima convinzione o per difendere l’interesse nazionale.  È il pensiero dominante nel becero conformismo che caratterizza oggi i giornaloni appiattiti sulla inconsistente narrazione renziana e i commenti dei suoi più o meno blasonati opinionisti, sempre pronti a distribuire patenti di populismo, demagogia e squallore a chi non si allinea.

Con questa dichiarazione Monsignor Galantino si associa idealmente alla compagnia di giro di certi talk show televisivi dove cocorite renziane, pseudo intellettuali radical chic, professionisti dell’ospitata, giornalisti militanti fanno a gara, tra smorfie, spocchia, aperto disprezzo, insofferenza, a chi è più aggressivo e sprezzante con Salvini (che in questo teatrino peraltro ci sguazza) come se il problema dell’immigrazione fosse quello che dice Salvini e non quello che non fa, o fa molto male, il governo renzista.

Con questo intervento Monsignor Scarantino trascina la Chiesa su un terreno apertamente politico e partitico, il che non è certo una novità, capitava regolarmente ai tempi della DC, ma nemmeno un bene visto che dalla commistione esplicita con la politica la Chiesa ha sempre ricavato grandi guai e problemi.

Come una moderna versione del parroco di “Divorzio all’Italiana”, ma al contrario, il segretario della CEI espone al disprezzo dei credenti i partiti che non ritiene allineati alla sua visione evangelica della politica invitando, implicitamente, a non votarli.

Ancora una volta è palese la insana commistione tra questioni di Cesare e questioni di Dio.  Non è la CEI che deve indicare quali partiti o movimenti sia lecito votare a seconda che siano dalla stessa omologati o messi all’indice. La libertà di opinione in un paese democratico è sacra, e non può essere influenzata o limitata neppure da questioni dottrinali di alto profilo. Il cittadino renderà a Cesare quel che è di Cesare votando chi gli pare e renderà a Dio quel che è di Dio facendo i conti con la sua coscienza e, se c’è l’ha, con il suo confessore.

Non è più l’epoca del Sillabo e delle scomuniche, il che, per la Chiesa, è solo un bene.