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Perché la vittoria di Trump è importante?

In primo luogo, perché non è solo una vittoria elettorale.

Poi, perché ci piace questa storia dell’uno contro tutti.

Infine, perché, a ben vedere, dice qualcosa anche a noi, frammenti di un mondo che pare scomparso.

Quella di Donald Trump è una vittoria che ha radici antiche. Il nome di Barry Goldwater dice qualcosa? Barry Goldwater fu il candidato scomodo del Grand Old Party contro il democratico Jonhson (1964). Goldwater, di fatto boicottato dal suo partito, fu sconfitto. Ma la sua predicazione cominciò ben presto a dare i suoi frutti. Per la prima volta nella storia del dopoguerra la destra americana parlava un linguaggio nuovo, quello racchiuso nel binomio “law & ordre” in politica interna e quindi no al permissivismo libertario ad ogni costo, quello del realismo in politica estera e non già del retorico e pericoloso messianismo che autorizzava gli States a essere presenti in tutto il pianeta per esportare e difendere “la democrazia”, quello del recupero dei valori tradizionali nella vita di tutti i giorni, quello infine di una economia sociale di mercato conosciuta una volta sola nella storia americana, allorchè il presidente Franklin D. Roosevelt si innamorò del corporativismo italiano e lo voleva importare, almeno in parte, a casa sua.

Quei frutti si chiamarono ad esempio Ronald Reagan che ai collaboratori di Goldwater attinse a piene mani per la sua squadra di governo. E quei frutti sono oggi il prestigioso Goldwater Institute che continua a lavorare nel solco delle idee del senatore dell’Arizona.

Goldwater era un repubblicano anomalo, fuori dal coro. Come Trump. Il GOP non lo amò, lo sopportò. Come Trump. Anzi ci fu chi lo boicottò. Come Trump (vedi la “National Review” e “The Weekly Standard”).

Perché venne boicottato o sopportato Goldwater? E perché lo stesso trattamento è stato riservato oggi a Trump?

Perché entrambi, con modi certamente assai differenti, erano contro l’Establishment (dalle nostre parti diremmo contro il Sistema). Entrambi puntarono l’indice accusatorio contro il totem principale della società yankee. Vi pare poco?

Ma è importante, la vittoria di Trump (“New York Times” e “Washington Post” parlano di trionfo), perché, essendo contro l’Establishment è contro la politica estera intervenista che era di Bush padre, poi di Clinton marito, quindi di Bush figlio e infine di Obama e che sarebbe stata di Clinton moglie se costei avesse vinto.

Trump non è un interventista. Isolazionista? Localista? Americanista? Chiamatelo come vi pare. E’ uno che vuole tirar via i ragazzi americani in divisa dai troppi focolai di guerra sparsi nel mondo nei quali quella politica estera li ha cacciati. Afghanistan, Iraq, Libia, Yemen, Siria, Giordania, Balcani, dappertutto ci sono uomini a stelle e strisce con le armi addosso. Gli americani non ne possono più di dipendere ancora dalle strategie interventiste di Zbigniew Brzezinski in politica estera e da quelle selvaggiamente neoliberali di Milton Friedman in economia.

Come non ne possono più delle dinastie che li sovrastano: i Bush prima, i Clinton poi, magari gli Obama domani. E dei personaggi come George Soros che li eterodirigono dall’ombra.

Anche contro questa roba ha vinto Trump.

Quella che Trump ha condotto e (almeno per ora) vinto è una vera e propria guerra culturale, quella fra l’utopismo di una sinistra che di qua dell’Atlantico ha fallito e che però continua a spargere i suoi effetti fumosi dall’altra parte dell’Oceano che divide e unisce il Vecchio Continente al Nuovo Mondo, come si chiamavano una volta.

Certamente non siamo agli inizii di una fase bucolica della politica internazionale. Nessuno si illude. Ma sicuramente è stato scongiurato il pericolo, tutto clintoniano, di nuove guerre (Russia? Cina?) da aggiungere alle vecchie che non possono finire finché l’apparato militare-industriale non lo ordina.

Come anche appare importante il nuovo ruolo della Nato. La Nato, dice Trump, era nata per fronteggiare la Russia comunista al tempo della guerra fredda. La Russia ora non è più comunista e non c’è più la guerra fredda. Ma resta la Nato, con le sue spese, le sue regole, i suoi impegni, i suoi rischi. Perché continuare?

Per scongiurare la vittoria di Trump e tutte le sue inevitabili implicazioni, le lobbies politiche e affaristiche che fanno capo al duo Obama-Clinton hanno scatenato il panico.

Ma non è bastato. E’ prevalso il popolo americano e la sua rabbia.

Trump contro tutti, dicevamo. Anche plasticamente.

Chi ha seguito con la dovuta attenzione la lunga campagna americana sa che la sceneggiata dell’ultimo giorno a Filadelfia con il duo Clinton più figlia, il duo Obama senza figlie e i menestrelli ingaggiati per la bisogna faceva parte di un logoro copione senza fascino, imposto dal panico che ha attanagliato Hillary e friends alla fine del cammino. Mentre invece dall’altra parte c’era un uomo solo. Molto più spettacolare.

Tutto questo ci dice qualcosa anche a noi, in Italia, a destra.

Per raggiungere il traguardo ci vuole coraggio. Niente oscuro politichese. Niente alchimie incomprensibili. Nessun azzeccagarbugli d’accatto. Nessuna paura di stare controcorrente. Scelte chiare, a viso aperto.

Non ci sono piaciuti perciò gli imbarazzati, e imbarazzanti, silenzi di Berlusconi che non ha mai detto da che parte stava, che non ha dato disposizioni alle sue tv ed ai suoi giornali di schierarsi per quell’imprenditore americano del mattone che non aveva mai fatto politica prima e che era sceso in campo per salvare il suo Paese.

Come lui, anni fa, fece con successo.

E anche quelli di chi, a destra, avrebbe potuto restare agganciato al treno, peraltro vincente, di chi in Europa (Marine Le Pen, Nigel Farage, Gert Wilders, Victor Orban) si è dichiarato pro-Trump.

Questo vento soffia insomma sempre più forte. Anche fuori dall’Europa. Vogliamo provare a fargli gonfiare le nostre vele? O è meglio tenerle involtolate nella stiva?