Sta sbagliando tutto? Si sta impiccando con le sue mani? A dar retta ai media e alle contestazione rivoltegli persino dall’amato Twitter dovremmo dir di sì e liquidare Donald Trump come un morto che cammina. O come un presidente senza più fiato, condannato alla mancata rielezione.

Anche sul caso Minneapolis Trump sembra far di tutto per offrire metri di corda a chi attende solo d’appenderlo alla forca. Prima promette che «giustizia sarà fatta», poi condanna come «teppisti» i manifestanti scesi in piazza per protestare contro l’uccisione dell’afro-americano George Floyd, ma alla fine, fedele alla propria indole, non riesce a trattenersi dall’annunciare che «quando inizia il saccheggio inizia la sparatoria». Una minaccia prontamente trasformata in gogna mediatica da Twitter prontissimo a segnalare che il cinguettio presidenziale equivale ad una inammissibile «glorificazione della violenza».

Ma la Minneapolis in fiamme è nulla rispetto al rogo economico attizzato da un Covid capace, secondo i suoi avversari, non solo di arrestare la corsa di Trump alla rielezione, ma anche di trasformarlo in un reietto della storia destinato a venir ricordato come un moderno Nerone. Per non parlare di chi lo dipinge come uno Stranamore pronto a innestare la terza guerra mondiale con Pechino pur di non ammettere d’aver sottovalutato l’epidemia.

Ma sarà meglio separare le suggestioni, care ai media anti-Trump (cioè quasi tutti), dalla realtà. O meglio dal modo con cui gli elettori americani percepiscono le sue parole. L’America liberal, ma elitaria (e quindi minoritaria) le considera senza dubbio un abominio. Ma Trump continua a rivolgersi a quell’America profonda e maggioritaria che già nel 2016 gli ha regalato la vittoria. Per quell’America rispondere con le armi ad una rivolta giustificabile, ma compromessa da violenze fuori controllo equivale a far rispettare la legge.

Non a caso anche un presidente nero e liberal come Obama dopo l’uccisione nel 2016 dell’afro americano Philando Castile, freddato senza motivo da un agente bianco nel Minnesota, condannò le violenze contro la polizia e la retorica di chi la giustificava. Quanto al Covid è vero che la pandemia ha scatenato una recessione capace di soffocare qualsiasi presidente candidato alla rielezione.

Ma a dar retta ai sondaggi per Trump non è così. Nonostante la disoccupazione sia balzata al 14,9 per cento superando di ben cinque punti quel 9,9 per cento registrato dopo la grande crisi del 2007 i rilevamenti ci offrono l’immagine di un presidente che non solo respira, ma ha ottime possibilità di rialzarsi e riprendere a correre. Stando all’assai seguito «FiveThirtyEight» Trump gode ancora della fiducia del 43% degli americani. Un dato confermato da «Real ClearPolitic» che gli attribuisce un 44%.

E ancor più sorprendenti sono i giudizi sul suo operato economico. Secondo entrambi i sondaggi le opinioni positive restano sopra il 50% senza alcun evidente crollo rispetto alle settimane precedenti la pandemia quando il Presidente vantava i tassi di disoccupazione più bassi della storia. E a quei dati incoraggianti potrebbe aggiungersi un «rimbalzo» innescato dalla fine dell’epidemia e corroborato da un piano di rilancio da oltre duemila miliardi.

Quel piano prevede assegni diretti da 1.200 dollari a tutti i cittadini americani e circa 500 dollari per i bambini a cui si aggiungono i circa 867 miliardi di dollari stanziabili per prestiti agevolati e aiuti alle aziende dei settori più colpiti dalla crisi. Un piano che grazie all’effetto leva garantito dalla Federal Reserve potrà mettere in circolo fino a 4mila miliardi di dollari garantendo una ripartenza quasi immediata. E con essa la corsa di un Presidente che da quattro anni continuiamo a dar morto anche quando ha soltanto un po’ di fiatone.