“Funzionerà ?” – si chiedeva, qualche giorno fa, Marco Valle, a conclusione del suo intervento in vista dell’incontro tra cultura e politica, previsto nell’ambito di “Atreju 2015”.

A bocce ferme e ad incontro avvenuto è prematuro dare risposte risolutive. Durante le fitte ore di confronto, più tra gli “intellettuali” che tra essi ed i vertici di FdI (l’unico politico presente era l’ottimo Andrea del Mastro, responsabile per la cultura di FdI, che ha coordinato tutti gli interventi) critiche, idee, analisi si sono affastellate offrendo risposte non banali alla domanda di fondo su quale possa essere oggi il “terreno comune” (a destra) fra politica e cultura, insieme a più di una voce critica sulle occasioni mancate e sugli errori compiuti nel passato. Buttato via il “bambino” è insomma rimasta “l’acqua sporca”, con i risultati politici e perfino umani che abbiamo visto.

Ora si tratta di voltare pagina, per una ripartenza non facile, ma pur sempre affascinante a patto di fissare obiettivi chiari e punti di vista condivisi. Più che di “manifesti sui principi” (quanti ne sono stati prodotti e che fine hanno fatto ?) si tratta di trovare un “metodo”, che non confonda i rispettivi ambiti, creando un valore aggiunto: quello di legare la capacità sintetica della politica a visioni più profonde, di unire le necessità del giorno per giorno alla consapevolezza delle ragioni della crisi epocale entro cui siamo immersi, di coniugare la sfida contingente alle proposizioni di più ampia portata .

Gli argomenti su cui incontrarsi e discutere – si è visto ad “Atreju 2015” – non mancano: dai contesti geopolitici al gap demografico, dall’inadeguatezza delle vecchie scuole socio-economiche al riassetto costituzionale, dalla declinazione del “sovranismo” alla ricomposizione identitaria delle nostre comunità. Per poi, nello specifico, ridefinire il racconto italiano, inventando parole e suggestioni in grado di competere con quelle correnti. Tutto questo mentre su fronti culturali apparentemente lontani emergono assonanze inusuali e condivisioni di fondo, che sollecitano letture meno scontate della realtà ed invitano ad una maggiore curiosità intellettuale.

Se è vero che c’è – come è stato detto ad “Atreju 2015” – una destra diffusa molto più ampia del suo bacino elettorale è anche vero che c’è un contesto culturale molto più ampio di quello tradizionalmente “di destra” a cui si può guardare, con cui dialogare e costruire “fronti” comuni.

Il possibile rapporto politica-cultura non è allora solo questione di “piattaforme programmatiche”, ma qualcosa di più ampio e complesso. E’ la condivisione di una lettura non banale della realtà E’ critica radicale. E’ capacità di creare suggestioni. Certo non può essere la “museificazione” di una grande tradizione culturale.

Uno spiraglio più che una porta spalancata quello che abbiamo visto ad “Atreju 2015”. Uno “spiraglio” perché comunque l’ “Assemblea degli intellettuali” ha manifestato la volontà di costruire, a destra, un percorso comune tra politica e cultura. Ora però si tratta di fare sì che questo “spiraglio” si trasformi in un varco salutare, capace di creare positive “contaminazioni” ed inusuali opportunità di lavoro politico e culturale. La partita è aperta. Importante è non perdersi di vista o – peggio – ritrovarsi, tra un anno, a discutere degli stessi argomenti.