Perché pagare per un prodotto di qualità quando, pur avendo i soldi, si può avere gratis un pessimo prodotto? Nel mondo normale nessuno si porrebbe una simile domanda. Ma nel kay pacha della destra italiana la domanda ha una risposta sempre uguale: non paghiamo perché i soldi servono ai politici ed al loro cerchio sempre più ridotto e sempre meno magico.

Così Atreju, arrivato ormai alla fine per consunzione, viene tramandato dai pochi entusiasti come una sorta di”Leopolda di destra”. E non importa se la Leopolda sia arrivata molto ma molto dopo. Semplicemente, puntando sulla qualità della comunicazione e non sul costo zero, ha ottenuto molta più visibilità. Dunque l’originale viene percepito come imitazione. Farsi una domanda in merito? Macché.

Così da Atreju, grazie a qualche testa ancora pensante, la destra riparte con l’idea di puntare su tre strade: la geopolitica, l’economia, l’analisi dei cambiamenti sociali. Un progetto giusto, intelligente. Peccato che, per realizzarlo bene, occorrano i soldi. Quei soldi che la Fondazione An preferisce tenere per se’ e per gli amici. Magari per farsi un partito a sua immagine e somiglianza, con sedi, assunzioni di amici, un po’ di nepotismo per piazzare i parenti e le fidanzate. Il modello a cui ispirarsi non manca di certo.

Davvero si illudono di avere un futuro, su queste basi? E davvero credono che tre passerelle di ospiti servano a far crescere un progetto legato alla politica internazionale, all’economia o al cambiamento della società? Servono studi, non passerelle. E gli studi costano.

Ma la destra rinnovanda vuole anche un proprio organo di informazione, cartaceo e non solo sul web. Giusto, perché una simile iniziativa, magari settimanale, magari una sorta di Italia settimanale (….), diventerebbe un centro del dibattito, dell’analisi. Si’, ma chi paga? O qualcuno degli intervenuti ad Atreju pensa di riproporre i vecchi schemi, con periodici di corrente che si son sempre dimenticati di pagare i collaboratori? Si pensa di riempire le pagine del nuovo settimanale con interventi sgrammaticati di militanti in cerca di visibilità? O con il copia incolla, gratuito, di ciò che viene scritto sul territorio?

Il Secolo non ha chiuso per cattiveria, ma per mancanza di lettori. E realizzare un pessimo periodico per risparmiare sui compensi, destinando le risorse al direttore ed a pochi intimi, non serve a nulla. Se da Atreju si vuol ripartire per qualcosa di diverso da un funerale, occorre che lorsignori, convinti a torto di far parte dell’hanak pacha, scendano tra i mortali e mettano mano al loro pingue portafoglio.