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C’è una bella differenza tra la vittoria di Hillary Clinton e quella di Donald Trump al supertuesday americano.

La prima è una vittoria dell’establishment del Partito democratico sul quale esercita ancora una certa presa Bill Clinton. I suoi due mandati presidenziali sono spesso paragonati con quelli di Barack Obama e, al confronto, vengono rimpianti.

La seconda, quella di Trump, è al contrario la vittoria di chi si è posto dall’inizio contro l’establishment del Partito repubblicano. Tanto che la durissima presa di posizione della “National Review” e poi anche del “The Wekley Standard” (editore Robert Murdoch, lo stesso della potentissima “Fox”) è stata letta per quel che era ed è, una dichiarazione di guerra al candidato-fatto-da-sé. Lui. Trump, per rispondere ha scelto un settimanale francese di destra, “Valeurs actuelles”, al quale ha detto che i suoi detrattori sono dei “cacicchi” senza seguito alcuno.

I fatti gli stanno dando ragione. Il vero candidato dell’establishment del Grand Old Party è Marco Rubio che è ormai scivolato in terza posizione a lunga distanza da Trump. In mezzo c’è Cruz, che non è certo amato dai quadri e dai dirigenti del Partito.

Dunque è il caso di immaginare che le parole dette da Trump ieri, a caldo, dopo aver preso atto dei risultati di ben tredici Stati, siano l’inizio di un fatto del tutto nuovo nella politica americana: un processo di rinnovamento ampio e profondo del GOP. Cosa che fino a qualche tempo fa sembrava inimmaginabile.

Dicevano: Trump populista, Trump arruffapopolo, Trump demagogo, Trump irresponsabile.

Mai nessuno che si sia posto la domanda: ma quanto Donald Trump è sintonizzato sulla lunghezza d’onda della gente? E’ vero che dice ad alta voce le cose che la gente dice a bassa voce o magari pensa solamente.

L’ultima, proprio di queste ore, è che Trump é pericoloso, sputtanerebbe il buon nome del suo Paese. Lo dicono gli ambienti della Casa Bianca, lo ripete inferocita la signora Clinton e lo rilancia, disperato, Rubio, che dovrebbe essere un concorrente non avversario.

Rinnovamento del Partito, dicevamo. Che avrà conseguenze anche presso i democratici. Perché ad una Clinton che incarna il continuismo della politica fatta da suo marito e poi da Obama, si contrappone il socialista Sanders il quale ha fatto capire che, se gli dovese sfuggire la nomination per la Casa Bianca, lui si farà promotore di un movimento che dall’esterno prema sul vertice e sulla base del Partito per cambiare, ovviamente verso sinistra.

Quando Sanders pareva avere il vento in poppa si diceva che lui e Trump, da sponde assai differenti, erano i due fuori-dal-coro, i due contestatori verso i rispettivi partiti.

Se la Clinton prevale definitivamente su Sanders e la nomination diventa sua, vuol dire che nel Partito democratico vincerà il continuismo, soprattutto in politica estera, che è ciò che più interessa agli europei.

Dall’altro fronte invece le vittorie a grappolo di Donald Trump, uno fatto da sé, che non deve andare a chiedere soldi a benefattori destinati, dopo il voto, ad andare all’incasso, uno che parla chiaro e, come tutti quelli che parlano chiaro, può anche risultare sgradevole a primo acchitto ma la cui franchezza poi fa premio su tutto il resto, tutte queste vittorie dimostrano che c’è aria di novità sul “fronte destro”.

Trump ha detto “io sono un unificatore”. La Clinton ha detto “dobbiamo riunire l’America”, Adesso la partita si sposta verso la conquista dei voti “di mezzo”. Ma entrambi la condurranno, questa battaglia, avendo già sottolineato le proprie radici. Nessuno dei due le annacquerà. Il che per la politica è un bene.

Magari fosse così anche in Italia.