Un Parlamento europeo affollato, asimmetrico, dalle alleanze variabili per ottenere una maggioranza se non proprio omogenea, comunque che “tenga” su alcuni provvedimenti e che sia capace di raggiungere quel 50% più uno dei componenti per eleggere il presidente della Commissione europea, poi ratificare i commissari, quindi nominare il designato presidente della Bce e – naturalmente – sia pure con uno scrutinio, più modesto dopo la complessa procedura, il presidente dell’Assemblea. Questo è l’auspicio.

Non sarà un gioco da ragazzi. È il prezzo – salato, ma giusto – che si paga al sistema proporzionale puro su scala continentale. Ma dal 1979, quando fu eletto per la prima volta direttamente (e non dalle assise nazionali) il Parlamento di Strasburgo, non era mai accaduto che tanti soggetti superassero la soglia di sbarramento che nei primi decenni peraltro non esisteva.

Adesso si sono ampliate le differenze: l’Unione europea parla molte lingue politiche e non perché gli idiomi sono aumentati insieme con i membri che ne fanno parte. La questione è più complessa. Ognuna delle rappresentanze nazionali contiene al proprio interno numerose componenti le quali, a loro volta, anche se si somigliano in taluni casi politicamente ed ideologicamente, aderiscono a gruppi parlamentari europei differenti per ragioni prevalentemente di opportunità, di concorrenza, di furbizia elettorale. Il risultato è un guazzabuglio di impervia decifrazione soprattutto da parte dei cittadini i quali già hanno il loro bel daffare nell’individuare la forza politica da votare, ma rinunciano a comprendere poi le alchimie complicate del dopo-voto, quando assemblaggi di comodo, necessarie composizioni tra diversi soggetti, alleanze forzate o naturali danno del Parlamento europeo una immagine surreale.

Mai come nell’ultima occasione però questa immagine appare quasi un’astrazione all’elettore europeo già istintivamente distante dalle istituzioni dell’Unione e perciò scettico circa la possibilità di capire e farsene una ragione sul come ed il perché partiti distinti e distanti si trovino nella condizione di dividere lo stesso spazio oppure, da alleati nelle rispettive nazioni, siano divisi a Strasburgo e a Bruxelles.

Non vale la pena indugiare oltre su questa che appare una bizzarria politica: non se ne verrebbe a capo. Facciamo soltanto un solo esempio. Come mai, restando in Italia, la Lega aderisce al gruppo sovranista dell’Europa delle nazioni e Fratelli d’Italia, politicamente prossimo al movimento di Salvini (al quale pure fa opposizione nel Parlamento nazionale), è collocato in un altro schieramento, quello dei Conservatori e Riformatori, pur evidenziando fin nel simbolo la sua matrice sovranista? Le risposte ci sono, ed attengono alle contorsioni “politiciste” perciò risultano più complicate delle domande. Lasciamo perdere.

Tuttavia, non è di poco momento evidenziare come la Babele politica europea sarà foriera di ulteriore disaffezione dell’elettorato; mentre i rapporti istituzionali e politici all’interno degli organismi rappresentativi e decisionali saranno appesantiti da incomprensioni dovute al vizio d’origine ravvisabile nell’esasperato partitismo, sorprendentemente contenuto in Italia, ma smisurato in altri Paesi, più piccoli del nostro, dove decine di liste sono state presentate, la maggior parte delle quali non ha raccolto più dell’1% se non meno. Il che dà il senso di una dispersione del consenso che è il ventre molle della rappresentanza partitica laddove poco più di settecento persone, elette in ventotto Paesi, dovrebbero assumere decisioni e formulare indirizzi tali incidere sulla vita di oltre cinquecento milioni di cittadini (almeno fino a quando il Regno Unito non sarà fuori).

Il quadro politico-parlamentare è la reale raffigurazione di un’Europa che in quarant’anni, da quando esiste l’elezione diretta del suo Parlamento, non è riuscita a trovare quella coesione in grado di tradurre le identità nazionali in una vera e propria koinè tale da pensarsi come “unità di destino” a fronte delle emergenze inevitabili che il nuovo ordine mondiale, originato dalla globalizzazione culturale, economica e finanziaria, ha imposto con le sue interconnessioni tecnologiche soprattutto. Sicché la vitalità dei Grandi Spazi suggerirebbe l’abitudine a pensare alla propria appartenenza geopolitica secondo una logica che, lungi dal disintegrare le differenze tra popoli, nazioni e Stati, le armonizzasse in una organizzazione dotata di sovranità piena esaltante le sovranità particolari. L’idea della Confederazione degli Stati – desunta da vecchie ipotesi paneuropee elaborate nella prima metà del secolo scorso – potrebbe contemperare le esigenze statuali con quelle di una Comunità di popoli e di Stati depositaria di talune prerogative condivise senza riserve dai membri che accettano di farne parte.

Se questa Europa “soffre” il burocratismo dell’Unione ed è così frammentata da non riuscire a rappresentarsi come uno spazio identitario culturale e politico è perché ha tralasciato nel lungo percorso intrapreso dal dopoguerra ai nostri giorni di concentrarsi sulle sue radici e porsi unitariamente come la comunità di popoli immaginata nei secoli succeduti alla caduta dell’Impero Romano dagli statisti, dai religiosi, dagli intellettuali, dagli artisti, dai poeti che parlavano molte lingue , come è noto, ma con una sola si facevano intendere dalle glaciali lande del Nord alle dolci rive Mediterranee.

La metafora linguistica serve a giustificare l’idea di unità che sarebbe indispensabile recuperare e diffondere al fine di pervenire al solo nazionalismo possibile e praticabile: il nazionalismo europeo. Di fronte al quale, come è facile intendere, le speculazioni sovraniste, populiste, elitiste, filo-europeiste o anti-europee tout court non avrebbero alcun senso e le opzioni naturalmente diverse dei rappresentanti politici – espressioni di partiti e forze terminali di sensibilità difformi e specifiche , ma non contrapposte al sentimento dell’unione e votate al rafforzamento dell’armonizzazione delle varie culture identitarie – troverebbero in un Parlamento rafforzato dalla semplificazione dei gruppi il luogo naturale del confronto a beneficio della Confederazione.

Non bisognerebbe dimenticare, guardando questa nostra immenso spazio sfigurato, che l’Europa nella sua lunghissima vicenda è sempre stata “Terra di nazioni”, come affermava Carlo Curcio, autore di un testo dimenticato eppure assai attuale Europa. Storia di un’idea. Lo studioso, circa mezzo secolo fa, osservava con molta lucidità che “senza quel corso di eventi e quel moto di idee, che hanno creato la moderna Europa, non vi sarebbero state le nazioni europee; ma dovrebbe essere facile ammettere che senza le sue nazioni l’Europa non avrebbe avuto né vita, né senso; quella vita e quel senso, di cui già da secoli, lentamente, ma sempre più chiaramente, ci si è accorti, sia pure con una evidente visuale nazionale”.

È facile capire che l’idea dell’Europa è fondamentalmente un’idea politica. Al di fuori di questa visione c’è soltanto l’Europa della moneta e del mercato: una non-idea dell’Europa, insomma. O meglio, un’idea priva di storia e l’Europa che ne deriva non può che essere quella dei mercanti e dei banchieri, degli interessi particolari e dei bisogni fittizi, degli egoismi e dei consumi. L’Europa nella quale si alimentano e si sostengono i conflitti, incuranti dei popoli e delle loro ragioni.