Esclusi da qualsiasi valutazione gli editoriali firmati da Sallusti e vidimati da Berlusconi, l’analisi più autorevole sul voto del 26 maggio, considerato il peso accademico dell’autore, non può essere che quella di Ernesto Galli della Loggia.

   Quella, presentata sul “Corriere della Sera”, reca un titolo dispregiativo nei riguardi degli elettori, intervenuti alle urne in numero sempre più ridotto, “Giostre elettorali e il distacco dal passato”. Va notato comunque a proposito dell’affluenza, l’apporto, determinante per una perdita circoscritta, dei cittadini accorsi solo per le tante competizioni locali svoltesi in concomitanza.

   La nota di Galli è , come capita assai spesso, deludente e scontata. Se è vero che l’invito della gerarchia cattolica è stato meritatamente respinto, è altrettanto vero che il centro – sinistra è stato rianimato dalla spinta della “grande stampa” e delle reti televisive, in prima linea RAI, e dalle manifestazioni di un antifascismo ridicolo, spesso più violento e più prepotente delle “poche decine di energumeni di CasaPound e Forza Nuova”, demonizzati dal collega.

   In sede di bilancio, per Galli le urne hanno offerto un “esito paradossale di un sistema politico che, partito da una Costituzione fondata per intero sulle entità collettive, sui partiti, nel più assoluto rifiuto di qualunque ruolo personale (perfino come si sa quello del presidente del Consiglio, che da noi è un semplice “primus inter pares”) si ritrova già da tempo ad invocare un salvatore della patria”.

   E’ inutile invocare, se non rimpiangere la Costituzione del 1948, minata da un pestifero settarismo, fonte di crescite abnormi e di tutti i successivi sbandamenti, Una Carta che ancora oggi viene considerata intangibile e indiscutibile e che non ha impedito la beatificazione laica di Pertini, Napolitano e dello stesso Ciampi.

   Ma il voto del 26 maggio, aperto all’Europa, ad una Regione, a diversi capoluoghi storici, a città ed ad una infinità di centri minori, ha riservato sorprese ed esiti , su cui è necessaria riflessione, se non si vogliono classificare – come molti già fanno –  le consultazioni del 4 marzo 2018 e del 26 maggio 2019 dai risultati emozionali, superficiali, epidermici, quindi fragili e transeunti.

   Innanzitutto non può essere taciuto che la classe amministrativa, allineatasi ai “blocchi di partenza” al di sotto dell’Appennino per la Lega, non è, come sarebbe ovvio fosse, nuova ma,  per usare un termine eufemistico, è  peregrina. Tanto per fare un esempio, sono a conoscenza del caso di un candidato Sindaco per il raggruppamento di Alberto da Giussano in una città di oltre 40 mila elettori, reduce dalle esperienze maturate in 4/5 partiti della galassia del centro – destra.

   A destare comunque sconcerto sono i dati antitetici emersi in 4 capoluoghi di grande rilevanza (Bergamo, Firenze, Bari e Lecce). A dispetto dei mille e mille interventi pontificali di Feltri, nella sua città (e degli ottimi fratelli Tremaglia) ha stravinto con un “primo cittadino” ex Mediaset, la sinistra, schiacciata nella consultazione contemporanea. Anche a Firenze, a Bari e a Lecce, quest’ultima in tempi remoti dominio della destra, gli uscenti sindaci, tutti del partito reputato allo stato comatoso, hanno dominato sugli antagonisti.

   Sarebbe quanto mai semplicistico la ragioni in una presenza aggressiva e prevaricatrice dei “radical chic” o dei “pariolini” locali. I motivi più profondi e veri vengono da lontano. Sarebbe da irresponsabili ignorarli così da minare le prospettive politiche.

   A destra e nel centro – destra sono state sottovalutate le tenzoni campanilistiche con candidati ambiziosi, dal respiro solo romano o almeno regionale. Non esistendo più i partiti con le emanazioni locali, si organizzano semplici comitati elettorali, destinati a liquefarsi all’indomani del voto. Così come evaporano fulmineamente le “liste civiche” strumentali e personalistiche, da alcuni anni ritenute taumaturgiche.

   Per verificare in modo inoppugnabile la fragilità operativa dello schieramento di centro – destra, basta controllare, in occasione dei ballottaggi, gli smacchi subiti, anche partendo da percentuali a ridosso del 50%  .