La geografia non è una materia desueta, non è un’atlante scolastico, non è una guida turistica. La geografia non è un mappamondo colorato o una collezione di cartoline. La geografia è una scienza politica e militare. La geografia raccoglie pensieri profondi, strumenti per leggere e interpretare il mondo reale. La geografia determina strategie e guerre ed impone compiti e doveri. Rischi e decisioni. La geografia è politica.

Tremila anni fa, un sapiente greco di nome Erodoto aveva capito tutto. Fu il primo geografo della Storia. Il primo geopolitico. Attraverso le sue lenti accurate, possiamo comprendere i rapporti di forza del mondo classico e le vere ragioni dei conflitti del Mediterraneo antico. Non a caso Yves Lacoste, uno dei padri della geopolitica contemporanea, ha dedicato allo studioso ellenico la sua rivista di studi geografici.

La geografia, una volta di più, ci ricorda che Tunisi è più vicina di Bengasi e di Derna. La mattanza di ieri è un massacro che ci riguarda da vicino. Molto da vicino.

Per quanto vicina la Libia, dopo un quarantennio di ibernazione gheddafiana, rimane un mondo ancora relativamente lontano, distante. La Tunisia, no.  Dalla decolonizzazione in poi — grazie alle intuizioni di Enrico Mattei e nonostante la presenza francese e la francofonia delle élites locali — la piccola repubblica africana è  saldamente inserita nelle logiche economiche e politiche del sistema Italia. Un alleato modesto, discreto ma efficace. Dal 1957 in poi l’Italia sostenne il regime laico di Bourghiba — il leader nazionalista già vicino all’Italia mussoliniana e poi amico del presidente dell’Eni; nel 1987, preoccupato dalla senescenza del fondatore della Tunisia indipendente, Craxi appoggiò il golpe di Ben Alì. Una scelta forse non brillante ma, almeno per Bettino, pagante. In ogni caso nemmeno la “primavera araba” del 2011 — con gran dispiacere di Parigi — è riuscita ad incrinare un rapporto contradditorio ma reciprocamente fruttuoso.

Ora i morti di Tunisi impongono, nel segno dell’interesse nazionale, al governo di Roma scelte chiare e un appoggio incondizionato. Anche militare. Per fermare l’ondata fondamentalista non basteranno rassicurazioni politiche, qualche milione di euro o delle motovedette di seconda mano. La geografia non ammette errori e ritardi. Tra Capo Bon e Marsala, il canale di Sicilia si restringe e diventa stretto, strettissimo. L’allarme è alto.