L’inaspettata e – finora – immotivata nomina da parte del governo Renzi, su indicazione del ministro Poletti, dell’economista Tito Boeri a presidente dell’Inps, in sostituzione del sen. Tiziano Treu che era stato nominato commissario solo lo scorso 1° ottobre, ha sorpreso non solo gli “addetti ai lavori” ma la gran parte dei commentatori per diversi motivi.

Innanzitutto, vi è il profilo del nominato il quale nel suo curriculum vanta prestigiosi incarichi di ricercatore e di studioso ma non quelli di dirigente di una realtà complessa – di cui esporremo i numeri – come l’Inps. Boeri è noto per i suoi commenti sul sito “La voce.info” e per qualche articolo su “La Repubblica”, e comunque non si è mai occupato particolareggiatamente e tecnicamente dei problemi previdenziali: ci avvertiva il buon Machiavelli che “con le parole non si reggono gli Stati” e quindi nemmeno un ente come l’Inps che è uno “stato” anch’esso, anzi un “parastato” come un tempo venivano definiti questo tipo di enti.

L’altra sorpresa è stata la rapidissima defenestrazione di Tiziano Treu il quale almeno qualche titolo di competenza specifica ce l’aveva: oltre che essere professore di diritto del lavoro, è stato due volte ministro del lavoro, presidente della commissione del lavoro del Senato, presidente dell’apposita commissione bicamerale permanente che si occupa proprio degli enti previdenziali e delle relative problematiche.

Infine, vi è un altro aspetto. Proprio pochi giorni fa la stampa parlava di una modifica della cosiddetta “governance” dell’ente, mediante la costituzione di un consiglio di amministrazione di tecnici, ristretto nei numeri, e di un amministratore delegato indicato nell’attuale direttore generale Mauro Nori. Come mai questo improvviso cambiamento di direzione, forse si vuole neutralizzare proprio Nori, che è stato capace di dirigere l’Istituto in questi ultimi anni, affrontando le continue modifiche legislative?

Oppure si è trattato di problemi politici, di assetti interni alla maggioranza? Non lo crediamo, vista la personalità di Boeri estraneo a queste appartenenze: crediamo piuttosto che trattasi di un altro tassello dell’ulteriore assoggettamento dell’Italia alla finanza internazionale ed al ridimensionamento del nostro welfare, che esiste dal 1933.

Infatti proprio poche settimane fa, esattamente l’8 ottobre, il “capo missione per l’Italia” del Fondo Monetario Internazionale, tale Kenneth Kang, ha dichiarato nel suo rapporto che “la spesa pensionistica è troppo alta ed un taglio della spesa pubblica deve passare per un taglio della spesa previdenziale”. Però questo signor Kang sbaglia clamorosamente su questa questione: od è un incompetente oppure, come noi pensiamo, sia favorendo il ridimensionamento della previdenza pubblica per trasferirla a quella privata, assicurazioni e simili, come negli Stati Uniti da cui proviene.

Sbaglia perché la spesa previdenziale è pagata pressoché integralmente dai suoi “soci”, ossia datori di lavoro e lavoratori. Il contributo finanziario dello Stato al bilancio dell’Inps (che di fatto è divenuto l’unico ente previdenziale pubblico italiano, dopo l’assorbimento dell’Inpdap, dell’Enpals, dell’Ipost e – in precedenza – dell’Inpdai) è stato nel 2013 di 98,363 miliardi di euro su 305 miliardi di prestazioni: ma, attenzione!, lo Stato si riprende parte di quel contributo mediante il prelievo Irpef e delle relative addizionali non solo sulle pensioni ma anche sui trattamenti di cassa integrazione guadagni, per un totale di oltre 50 miliardi di euro: quindi, abbiamo un esborso netto dello Stato di circa 50 miliardi che, su un bilancio pubblico di 800, corrisponde solo al 6-7%….

Però resta il sospetto che la nomina di Boeri sia stata chiesta proprio dal Fondo Monetario, visto che lo stesso è stato anche suo “consulente”. E si sa che in certi ambienti si resta affiliati per sempre…

Il fatto è che l’Inps è un colosso che fa gola a molti. Alcune cifre bastano a descriverlo:

 

  • il flusso finanziario annuale, tra entrate ed uscite, è di 804 miliardi;
  • il totale annuo di tutte le prestazioni, dalle pensioni alla disoccupazione, è di 305 miliardi;
  • i lavoratori italiani assicurati con l’Inps sono 23 milioni;
  • le pensioni erogate sono 18 milioni;
  • il deficit finanziario dello scorso anno, attribuibile ai debiti contributivi dello Stato per i propri dipendenti, è di 9,875 miliardi.

 

Eppure, dinanzi a questo enorme complesso che fa dell’Inps un modello di gestione del welfare unico in Europa, ed il cui funzionamento tecnico è ormai collaudato, tempestivo ed esatto tanto da farne un esempio pressoché unico nella pubblica amministrazione, il governo ne limita l’operatività soprattutto con la contrazione del personale dipendente, non più sostituito dopo i pensionamenti, il quale ormai è insufficiente per la corretta gestione ed i rapporti quotidiani con gli utenti, lavoratori-pensionati-aziende. Nella pratica quotidiana tali rapporti sono di fatto esercitati dai Patronati sindacali ed i Consulenti del lavoro.

Cosa nasconde, allora, la nomina di Boeri? Vedremo le sue dichiarazioni al Parlamento, che ne dovrà convalidare la nomina; vedremo altri particolari sul mandato conferitogli. Però le sue recenti dichiarazioni non sono state tranquillizzanti, perché parla di ridurre la pensione ad una certa fascia di pensionati in essere, e di rivedere la struttura del sistema previdenziale, nonostante la recente riforma del governo Monti-Fornero. Vorrà forse seguire i progetti del Fondo Monetario Internazionale?

E’ vero che il sistema previdenziale è regolato dalle leggi disposte dal governo e discusse dal Parlamento: non vorremmo però, vista la “levatura” professorale ed ideologica del Boeri, oltre le sue frequentazioni, che sia proprio lui ad indicare, e non solo a gestire, le norme relative alla previdenza.