Nessuno discute della percentuale di voti avuta dalla Lega; nessuno mette in discussione il merito di Salvini nell’aver recuperato un partito allo sbando; nessuno nega le difficoltà oggettive della presente realtà – politica, sociale e giudiziaria che sia. Io parto da un altro presupposto. Come insegna la psicoanalisi, in ogni condizione di disagio, di malessere, di fallimento o di frustrazione la prima domanda da porsi per migliorare è: che responsabilità mi assumo in questo disastro.


La proiezione paranoica di trovare sempre colpe negli altri e nel destino è il primo passo verso l’inevitabile fallimento. «Se conosci te stesso e conosci il nemico la vittoria sarà tua. Se conosci solo te stesso o solo il nemico la sconfitta sarà certa» (Lao Tzu).
Mi pare che in troppi casi non si conosce il nemico, ma nemmeno se stessi. Quindi, è suicida crogiolarsi sull’aumento positivo delle percentuali, senza porsi domande essenziali sugli errori compiuti e sulle mancanze persistenti. Una persona, poi, mi ha posto una domanda equivoca e per certi versi ridicola: visto che critico, come interpreto le vittorie della Lega rispetto alla sinistra?


Risponderò con una metafora: è come se io festeggiassi la vittoria del tiro con la pistola al poligono gareggiando contro la squadra in lista di attesa per l’intervento di cataratta. Il centro-destra vince perché la sinistra è confusionaria, disadattata, sociologicamente fallita, politicamente inerte, psicologicamente contraddittoria ed eticamente corrotta. Ma ha gli apparati e le strutture. Il giorno che dovesse ritrovare un leader e una dottrina ne vedremo delle belle.
Quindi, o ci si attrezza o alla lunga si soccombe, e allora già mi immagino i piagnistei sulla cattiva sorte e la natura matrigna.