Tornano, tornano. Dopo anni, dopo decenni. Tornano in una fossa profonda ricoperta da terra e massi. Tornano dopo la morte, la paura, l’oblio. Tornano i resti degli italiani di Fiume infoibati dai partigiani yugo-comunisti.

Il bosco della Loza, a Castua, è un posto ameno. Ma gronda sangue. Qui, a soli 12 chilometri del capoluogo del Quarnaro, i partigiani yugo-comunisti il 4 maggio del 1945 eliminarono l’ultimo scampolo della dirigenza italiana a Fiume:  il senatore Riccardo Gigante (già podestà della città), il giornalista Nicola Marzucco, il maresciallo della Guardia di Finanza Vito Butti e il vice brigadiere dei Carabinieri Alberto Diana e altri ancora da identificare.  Sono i “killing fields” d’oltre frontiera. Un lungo calvario ancora tutto da esplorare.

Il ritrovamento è stato comunicato dalla Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati che lo ha definito “un semplice gesto di umana pietà, atteso purtroppo ancora da molte vittime”.  In verità, nulla di nuovo. La scoperta della foiba di Castua risale al 1992, grazie alle indicazioni del parroco della chiesa di Sant’Elena a Castua, don Franjo Jurčević. Poi l’ ottima Società degli Studi Fiumani ha localizzato il sito ed iniziato la sua battaglia affinché quei corpi ricevessero una degna sepoltura. Ci sono voluti ventisei anni. Tanti. Troppi.

I croati — con buona pace dell’Europa e anche dei tanti nostri connazionali che fanno il tifo ai mondiali di Mosca per la loro nazionale… — faticano ancora a riconoscere l’entità, la tragicità del genocidio degli istro-dalmati, degli italiani della frontiera orientale.  Ricordiamo agli immemori, che ci sono voluti quasi tre decenni per permettere alle associazioni degli esuli il “diritto di riportare alla luce quelle spoglie”. Adesso, finalmente, si è costituita una commissione italo-croata per individuare ed esumare gli italiani infoibati al di là della frontiera. Meglio tardi che mai.