Finalmente, dopo 8 anni, la vicenda dei fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone arriva ad un punto fermo. La Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia, alla quale si era rivolta l’Italia nel 2015 dopo tre anni di vergognosi e inconcludenti tira e molla con il governo dell’India, ha finalmente stabilito che la giurisdizione sulla questione è italiana e che i due Marò devono essere processati in Italia in quanto a tutti gli effetti militari in servizio dello stato italiano operanti nell’esercizio delle loro funzioni e pertanto immuni dalla giustizia straniera.

Una conclusione ovvia ed elementare che, però, proprio i governi e le autorità italiane dell’epoca avevano messo in discussione per primi con comportamenti e decisioni assurde, non si sa quanto dovute ad incompetenza e quanto ad un maldestro (e alla fine del tutto inutile) tentativo di difesa di interessi industriali.

Tralasciando il merito della questione, cioè cosa sia veramente accaduto il 15 febbraio 2012 al largo delle coste del Kerala, che sarà materia del processo italiano, così come il comportamento – quanto meno goffo e inetto nella circostanza – della autorità italiane preposte al controllo dei traffici marittimi, l’esito dell’arbitrato condanna già, senza appello, il comportamento indegno di alcuni protagonisti della vicenda. Se la giurisdizione è italiana, quale era il senso e, soprattutto, la legittimità della riconsegna ad un paese straniero ed ostile (se non nemico nella circostanza) di due militari delle Forze Armate nazionali?

Riportati dal loro stesso governo in territorio ostile, in uno stato di sostanziale prigionia, con il rischio di essere condannati a morte da un tribunale privo di giurisdizione e con la sola protezione di una specie di un mediatore dilettante pasticcione ed inconcludente. Una condizione, quella della presenza della pena di morte, che in Italia impedisce l’estradizione di delinquenti stranieri condannati ma che, assurdamente, non ha impedito la consegna allo straniero di due militari italiani in servizio.

Una rinunzia vile, squallida e a questo punto anche illegittima ad esercitare la giurisdizione su chi agisce in nome e per conto della repubblica italiana (minuscolo), cioè la spontanea abdicazione all’esercizio della propria sovranità statuale, un fatto inconcepibile in qualsiasi nazione degna di questo nome. Qualcuno riesce ad immaginare una decisione simile in Francia, in Inghilterra o negli USA?

Se fossimo in un paese minimamente serio qualcuno dovrebbe chiedere conto del loro operato ai responsabili di una decisione assurda ed indegna come quella che, senza motivo e senza dignità, il 22 marzo 2013 ha riportato in India Latorre e Girone.

Parliamo di Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, descritto dalle cronache come uno degli artefici di una decisione alla quale, invece, in quanto comandante supremo delle Forze Armate avrebbe avuto il dovere morale (prima ancora che giuridico) di opporsi; di Mario Monti, Presidente (tecnico) del Consiglio, incapace di gestire seriamente (oltre al resto) un delicato affare di stato, trattato invece come una piccola trattativa tra privati; di Giampaolo di Paola ministro della difesa con l’aggravante di essere un ammiraglio, già Capo di stato Maggiore della Difesa, che senza fare una piega ha avallato una pessima decisione che riguardava proprio uomini della Marina adoperandosi con loro perché la accettassero senza tante storie. Tralasciando altre marginali comparse di quel grottesco governo tecnico che non vale nemmeno la pena di nominare.

Per fatti del genere in paesi più seri del nostro si parlerebbe di tradimento che, però, da noi come si sa è spesso un titolo di merito. Nel paese dei tarallucci e vino, della memoria corta e della sceneggiata i signori di cui sopra possono dormire sonni tranquilli.