Stavo assistendo ieri mattina alla diretta televisiva alla parata militare (se così si può definire…) in Via dei Fori Imperiali quando ho deciso di smettere, indignato sia dai commenti dei giornalisti televisivi sia, ancor di più, dallo spettacolo vergognoso cui stavo assistendo. Tutti gli Stati degni di questo nome celebrano ogni anno, nella data storica da loro prescelta, la festa nazionale, e la celebrano mettendo in mostra, insieme ai ricordi storici, anche la qualità e la consistenza del loro esercito che sono, anche, un sintomo delle capacità industriali, organizzative, umane della Nazione. Esattamente un mese fa, ad esempio, abbiamo assistito alla stupefacente parata russa a Mosca: vi erano innanzitutto l’esibizione delle bandiere storiche dagli Zar all’Unione Sovietica ed ora alla repubblica presidenziale, la sfilata dei mezzi ed uomini espressione di una potenza militare moderna, il ricordo da parte di milioni di cittadini dei loro parenti Caduti in guerra, con i loro ritratti e nominativi.

Ma a Roma? Niente, solo pacifismo moraleggiante e bassissimo profilo delle Forze Armate, nessun ricordo della guerre precedenti e di quelle ancora in corso, ignoranza dei Caduti e delle loro famiglie. Sul palco delle autorità, lo schieramento di persone che hanno sempre avuto una scarsa considerazione della Patria e della Nazione, dall’ex-democristiano Mattarella agli ex-boyscouts Renzi e Pinotti, per finire con la pacifista umanitaria in servizio permanente effettivo, ma ben pagata (prima dall’Onu ed ora dalla Camera), Laura Boldrini.

La sfilata è consistita in truppe appiedate, perché neanche i cavalli potevano camminare (è stato ridicolo vedere i Lancieri di Montebello a piedi!), le bande, le scuole militari, qualche camion e blindato, la Croce Rossa, i Vigili del Fuoco. E poi, i gonfaloni delle Regioni (tanto a significare l’inutilità dell’unità nazionale) ed i bambini con ombrellini tricolori, forse di fabbricazione cinese e venduti da qualche bengalese…

Insomma, uno spettacolo penoso. Eppure, quest’anno la sfilata meritava di più. Era il centesimo anniversario della prima guerra mondiale, vinta con enormi sacrifici di uomini e di risorse; ed era anche la fine della seconda guerra mondiale o, per chi ci crede, della cosiddetta “liberazione”. Si poteva, sull’esempio moscovita, far sfilare delegazioni di famiglie dei Caduti della prima guerra mondiale, magari portando cartelli relativi alle varie battaglie combattute (Grappa, Isonzo, Gorizia, Carso, Piave, ecc.); si potevano far sfilare i “Mas” eredi della fortunate imprese di Pola; si potevano fare tante cose. Ed invece…

In realtà, siamo ritornati all’”Italietta” come veniva chiamata la nostra Patria alla fine dell’Ottocento, con i governi di Giolitti, quando la politica della “lesina” in campo economico con la “tassa sul macinato” e le sommosse popolari cannoneggiate da Bava Beccaris, il basso profilo in politica estera, il salasso dell’emigrazione dal Meridione o dal Veneto, le sconfitte in Africa dalla Tunisia “rubata” dalla Francia all’Etiopia di Adua, suscitavano il sarcasmo e le critiche dei più avveduti intellettuali dell’epoca, da Orano a Marinetti, da Corradini a Pascoli. Abbiamo oggi la stessa situazione: crisi economica, industria smantellata o svenduta, immigrazione che provoca situazioni di crisi, assedio nel Mediterraneo, assenza in politica estera e tiranneggiati dall’Europa tramite quella stessa Germania che nel 1915 spinse Giovanni Preziosi a scrivere il libro “La Germania alla conquista dell’Italia”, oltre a denunciare i drammi dell’emigrazione. E poi indifferentismo morale, assenza dell’amore e dell’orgoglio di Patria, riduzione al familismo, corruzione endemica, criminalità diffusa, gioventù senza prospettive che ritorna ad emigrare, disprezzo per la politica ormai pressoché del tutto priva di ideali.

Inoltre, per ritornare alla questione militare emersa con la parata odierna, abbiamo un’ulteriore assurdità. Nonostante che la Costituzione affermi – molto retoricamente ed ingenuamente – che l’Italia ripudia la guerra, in realtà in guerra ci siamo stati, in questi decenni: contro la Serbia per difendere un Kossovo islamico, contro l’Irak laicista e nazionalista, in Afghanistan contro i talebani, in Libano come “forza d’interposizione”, in Libia contro il nostro alleato dell’epoca Gheddafi (altra tradizione dell’”Italietta”: abbandonare gli alleati e trattarli da nemici). E non dimentichiamo neanche la guerra contro la pirateria, per effetto della quale i nostri Marò sono ancora sotto processo in India: Marò di cui solo la folla, e qualche esponente politico (Ignazio La Russa) si è ricordata.

Abbiamo fatto guerre, quindi: ma a favore di chi? L’Italia si è sempre comportata, in queste guerre – dove peraltro ha perso molti uomini, militari e civili – come delle truppe ausiliarie che non chiamiamo “ascari” perché gli Ascari, quelli veri, erano uomini di valore e fedeli fino alla morte. Truppe ausiliarie di altre potenze, per finalità che nulla avevano a che vedere con il nostro “interesse nazionale”: e quando il nostro “interesse nazionale” ci imporrebbe di agire nel Nordafrica per stroncare il traffico di immigrati o difendere le nostre concessioni petrolifere od i gasdotti, allora scatta il riflesso condizionato della “pace” a tutti i costi, anche a danno del popolo italiano.

Aggiungiamo un altro elemento che viene poco preso in considerazione. Negli anni passati è stato abolito l’obbligo del servizio militare, e questa proposta – è necessario ricordarlo – veniva anche dalle fila del Msi avendo in vista un esercito costituito da professionisti dediti alle armi ed alla difesa della Patria.

In realtà, questa abolizione ha avuto due effetti negativi. Il primo, a chi scrive sembra consistere nel fatto che – fatte le debite e numerose eccezioni – più che un esercito di professionisti motivati patriotticamente si è formato un agglomerato di persone desiderose di avere un lavoro ben retribuito, e questo è indubbiamente colpa anche del clima complessivamente indifferente alle cose militari.

L’altro effetto, sempre a nostro parere, deriva dall’aver tolto ai giovani, nell’età della formazione, il senso di disciplina, di sacrificio, di solidarietà che bene o male nell’esercito si formava. La conseguenza è stata vedere centinaia di migliaia di giovani che non lavorano nè lo cercano, non studiano, non si formano professionalmente i quali passano le giornate dal bar alla discoteca, dai giochi ad internet quando non si riuniscono in bande semidelinquenziali. Non sarebbe il caso di rivedere quell’abolizione e rifare il servizio militare, magari ridotto a pochi mesi?

Per concludere. La cosa che ci sorprende è che di tutto ciò dovrebbero interessarsene gli alti gradi delle Forze Armate sollevando i problemi dinanzi a quel consiglio supremo di difesa presieduto dal presidente della repubblica; e dovrebbero anche interessarsene i “cocer” di rappresentanza delle singole forze armate. Ma da quelle parti il silenzio è pressoché assoluto…