Il pensiero politicamente corretto, portato alle sue estreme conseguenze, può arrivare, di fatto e magari oltre le stesse intenzioni dei suoi sostenitori, a sminuire le responsabilità per gli stupri commessi da immigrati? Evidentemente sì, almeno a giudicare dalle parole pronunciate dall’avvocato Carmen Di Genio, componente del Comitato pari opportunità della Corte d’Appello di Salerno, in occasione di un convegno dedicato alla sicurezza ed alla legalità svoltosi nel capoluogo campano. Affrontando il tema dell’integrazione degli immigrati recentemente approdati in Italia, l’avvocato ha tenuto a sottolineare come “non possiamo pretendere che un africano sappia che in Italia, sulla spiaggia, non si può violentare una persona. Li dobbiamo necessariamente integrare, educare alla nostra legalità”. Il tutto, ovviamente, per sostenere le ragioni dell’inclusione.

Un’affermazione che pur volendo essere un invito all’inclusione attraverso l’educazione — un po’ sul modello assimilazionista francese, i cui magri risultati sono sotto gli occhi di tutti — si rivela, tuttavia, estremamente discriminatoria: sotto sotto, infatti, affermare che un africano può non rendersi conto che violentare una donna su una spiaggia sia un comportamento vietato significa, di fatto, dipingere chi proviene dall’Africa come un selvaggio. Magari un buon selvaggio, sulle orme di Rousseau, ma niente di più.

Inoltre il “non poter pretendere” che chi è appena giunto nel nostro Paese conosca le regole minime della convivenza civile rappresenta la capitolazione definitiva dinanzi all’idea che esitano regole e valori fondamentali per una comunità, il cui rispetto può, ed anzi deve, essere preteso nei confronti di chiunque. Da qualsiasi parte del globo provenga. Una simile capitolazione spalanca le porte ad un relativismo assoluto – paradosso solo apparente —, in base al quale anche comportamenti ed usi intollerabili per la sensibilità comune, oltre che per l’ordinamento giuridico, potrebbero trovare ingresso nella nostra società. Se si può presumere che un africano non si renda conto che violentare una donna è reato – sulla base della propria cultura, evidentemente —, come si possono vietare in maniera assoluta altri comportamenti che propri di una differente cultura sono frutto? Certo, non si discute su comportamenti che sono definibili come reati dal codice penale, ma magari su usi e costumi la cui applicazione corre sul sottile filo tra lecito ed illecito. O tra quello che è socialmente, se non giuridicamente, accettabile per una comunità. Ed il riferimento è in particolare per il diritto di famiglia.

E qui si arriva al nocciolo della questione: teorizzando una differenza culturale che addirittura giustifica l’ignoranza di una norma penale – il non poter disporre di una donna a proprio piacimento – la cui evidenza appare superfluo sottolineare, non si corre forse il rischio di legittimare il ricorso a forme di giurisdizione – in senso lato – diversificate in base all’origine etnica? Quasi che la soluzione più celere ed indolore per superare questa differenza culturale possa essere il ricorso a tribunali, o comunque forme di giudizio, che operano in conformità della cultura d’origine del ricorrente o di chi è sottoposto a giudizio stesso. Insomma un ritorno alla giurisdizione separata per “romani” e “barbari” propria, ad esempio, dell’Italia altomedievale. Solo che magari, questa volta, invece che sulla base del Codex giustinianeo o della legge consuetudinaria germanica – sempre più attratta nell’orbita del diritto romano – qualche “giudice” potrebbe pronunciare una sentenza sulla base della sharia.

Del resto non sono mancati casi in Europa in cui sia stata avanzata la proposta di consentire il giudizio in materia civile sulla base della legge religiosa. Tentativi finora naufragati, ma che rischiano di minare uno dei cardini su cui si sono costituite le attuali forme statuali europee. Così come si sono già verificati, in Germania, casi di “volontari” che con tanto di pettorina di riconoscimento hanno pattugliato le strade dei quartieri a forte presenza di immigrazione mussulmana per verificare il rispetto della morale islamica. Segnali preoccupanti, cui un’Europa che sembra vacillare, anche sulla difesa di principi e nozioni fondamentali, non sembra in grado di assicurare un’adeguata reazione.