Il mio solo pregio esteriore è la statura (pur inferiore a quella del giornalista che ospita i miei scritti su di una rivista online). Mi ha così incuriosito un saggio scritto lo scorso anno da un medico, Maurizio Molan: “Altezza è mezza bellezza?”, contenente parecchie curiosità, anche di notevole interesse storico. Molan nota per esempio l’origine d’un modo di dire molto usato: “due pesi e due misure”. Nella Francia rivoluzionaria, molte “doléances” segnalavano l’uso truffaldino delle unità di misura da parte di molti commercianti. Così, la Convenzione Nazionale di Talleyrand, Condorcet e Prieur inaugurarono il Sistema Metrico Decimale: “che non vi siano più due pesi e due misure” proclamarono, facendo installare in tutta la nazione campioni di “metri”: due sono ancora visibili a Parigi, in Rue de Vaugirard e fuori dal Ministero della Giustizia, in Place Vendome.

Appunto, Giustizia: la Virtù bendata che regge una bilancia, misurando i due pesi collocati su di essa con la stessa misura.

Ho comprato il suddetto libro da Hoepli. La più gloriosa libreria di Milano è in funzione, ma il negozio è chiuso, per le precauzioni dovute al Covid-19. Così ho ritirato il plico in una cartoleria in Corso di Porta Romana, prima di andare nello studio d’una dottoressa, dall’altra parte di Piazzale Medaglie d’Oro.

Ho atteso sulle scale del palazzo: non c’era nessun altro, ma è vietato fermarsi in sala d’attesa. Ci siamo parlati da due estremità dello studio, su sedie rigorosamente sanificate, indossando le mascherine. Erano le 11 mattina di mercoledì scorso, il 3 giugno: c’era un poco d’afa, nel pomeriggio sarebbe arrivato il fronte temporalesco che tuttora incombe sulla Lombardia. Spero, ha detto la dottoressa, che l’ordine permetta di accendere il ventilatore, quando arriverà il caldo: adesso non si può, perché fa circolare le particelle; si rischia una denuncia penale.

Torniamo indietro di qualche minuto. Sono appena stato a ritirare il plico con il primo romanzo (comincia proprio notando la bassezza d’un personaggio) di Stephen King che abbia mai comprato e il saggio di Molan, e mi sto dirigendo verso lo studio. A qualche metro dall’edicola il marciapiede si ampia, mi fermo per sistemare la scatola sulla spalla (è ingombrante, non ci sono solo Molan e King). Ma ho un gomito bloccato. Non è il destro, fratturato in bici cinque anni fa, bensì il sinistro: un uomo di colore, robusto quanto me, lo sta afferrando. Sorridendo giulivo, mi chiede cinque euro per un caffè (quando si era parlato di rincari, non si era detto così drastici!). Gli intimo di togliermi le mani di dosso, e tanti saluti.

Non ho risposto così per paura del contagio. Mi era già capitato (come capita spesso a chiunque si muova più o meno di frequente in città) d’incontrare questuanti (in cerca di spiccioli, “firme contro la droga”, raccolte fondi peggio che abusive) dalle mani lunghe, e ai soliti tentativi di placcaggio ho risposto ingiungendo di lasciarmi. Non mi si accusi di razzismo: ho risposto e rispondo col medesimo tono a italiani e non. Né mi si tacci di delicatezza, eccessiva timidezza o che altro: estorcere il contatto fisico a un estraneo è un gesto brutto e grave, non è questione di bon ton o galateo. È un atteggiamento violento e protervo, un tentativo d’intimidazione.

Però sì, c’è di mezzo anche il contagio. Il gesto di questo ennesimo disturbatore da marciapiede, già grave di per sé, diventa gravissimo in un periodo nel quale anche le strette di mano (e le torsioni di gomito altrui) sono sconsigliate, addirittura proibite. Una mancanza di rispetto nei confronti di chi incontra, e di chi alle regole di profilassi si attiene. Vado da una dottoressa che rispetta e mi fa rispettare delle regole per impedire che medico e paziente si contagino, ma rischio di restare bloccato in isolamento (proprio adesso che si può circolare, pensa che frustrazione) perché un buontempone non trova, per chiedere soldi, un modo migliore di toccarmi un gomito (mentre sollevo una scatola, giusto per farmi rischiare non solo il contagio, anche una storta) – gomito scoperto, dato che ero in maglietta.

La Hoepli tiene chiuso il suo storico negozio. La succitata dottoressa accetta, e chiede ai pazienti di accettare, una prassi piuttosto rigida; e qualora non dimostrasse d’averla seguita scrupolosamente, subirebbe delle gravi conseguenze. Poi c’è chi mette le mani addosso al primo che passa per strada.

In fondo, a me la disinvoltura sta simpatica: ho più simpatia per chi allarga le maglie di restrizioni sempre più assurde, che non per chi ha paura e pretende che tutti gli altri ne abbiano (se in un palazzo affollato si scatena un incendio, più del fuoco fa vittime chi va nel panico). Non ho nulla in comune con il “popolo della movida”, ma sono ancora più distante ma chi, vedendo una foto ingannevole (il lungonaviglio visto di sguincio per dare l’impressione d’un denso assembramento, quando si trattava di poche persone sparse lungo un chilometro), ha sbraitato invocando maggiori restrizioni per chi provava a tornare a vivere – uno schiavo che chiede al padrone di schiavizzare anche chi sia rimasto libero, è soltanto un vile.

Due pesi e due misure: una gloriosa libreria e una brava dottoressa, milanesi, devono sottoporsi alle restrizioni più rigide mai attuate in Italia nel secondo dopoguerra; ma queste stesse regole non valgono per un povero immigrato africano. Non siamo razzisti con nessuno, tranne che con noi stessi.

Sembra lo scandalo di quando fu proposto di registrare all’anagrafe gli zingari. Una violenza, qualcuno disse. Se si chiedono i documenti a un italiano, è ordinaria amministrazione; se li si chiede a uno zingaro, violenza. Siamo libertari con tutti, tranne che con noi stessi.

Non mi sarebbe interessato, il corteo del 2 giugno organizzato dai tre partiti che (forse) formano l’attuale coalizione del centrodestra (non mi attira il centrodestra, né questi tre partiti, tantomeno i loro “leader”); non mi fosse capitato di vedere Gramellini che, prostrato al cospetto di Renzi (sembrava Minoli imitato da Guzzanti) in videocollegamento, gli chiedeva di commentare “l’assembramento” e un’immagine di Meloni-Salvini-Tajani che “non rispettano le distanze”. Gramellini e altri giornalisti non hanno riservato la stessa acrimonia a quel che è successo lo stesso giorno a Codogno, dove una folla si è accalcata per salutare Mattarella, il presidente più idolatrato da Repubblica, L’Espresso e dal resto del gruppo editoriale Gedi. Si sono anzi profusi in lodi per la manifestazione, svoltasi pochi giorni dopo a Bologna, in tributo a George Floyd, il rapinatore drogato ucciso da un poliziotto a Minneapolis.

Non ho nessun entusiasmo per il centrodestra che scende in piazza a ripetere i soliti proclami sul tricolore e la patria e slogan vari, ma non mi sembra giusto scandalizzarsi per il loro corteo e annuire compiaciuti quando un assembramento assai più denso si riunisce per accodarsi dietro lo slogan “Black Lives Matter” e magari emulare l’ondata d’inciviltà che sta travolgendo le città statunitensi. La Meloni che ripete a vanvera “W l’Italia” mi tedia, le sinistre che scendono in piazza per il loro ennesimo santino assurdo (non bastavano i soliti Giuliani e Cucchi – recentemente a destra si è fatto quasi di peggio con “Diabolik”, il capo-ultrà della Lazio trafficante d’armi e stupefacenti) pure, ma non mi sembra che i secondi possano togliere ai primi il diritto di scendere in piazza e rivendicarlo per se stessi.

Due pesi e due misure, c’è chi può e chi non può. C’è chi deve lavorare attenendosi a delle restrizioni e rischiando conseguenze gravi, e chi può restare il menefreghista di sempre. C’è chi può scendere in piazza e chi no. Il discrimine lo pone il Gruppo Gedi.