Due vincenti, due vinti, una vittima.

 

Questo il bilancio della lunga stagione post-elettorale che si conclude, dopo ben 62 giorni, con il giuramento del governo Letta.

 

Ha vinto, soprattutto, Re Giorgio II. Non solo perché è succeduto a se stesso, ma perché ha reso ancora più forte la sua supremazia sulla politica italiana. E’ lui di fatto, confermato al Quirinale sino a 95 anni (!), che decide compagine di governo, scansione dei provvedimenti e maggioranze; e risibile quanto umiliante è stata la scena di un Parlamento riunito in seduta comune che lo acclama mentre lui non fa che stigmatizzarne atteggiamenti e distinzioni (buon fiuto mi ha indotto, in occasione di quella seduta, a starmene a casa).

 

Ha vinto Berlusconi. Quello che era stato spazzato via, coperto dall’ignominia degli scandali pecorecci assai più che dal rimprovero di aver fallito quella rivoluzione liberale su cui aveva costruito la nascita della sua stagione politica. Quello che i giudici Travaglio e Santoro avevano già condannato, affidando a Ingroia il compito di eseguire il mandato di cattura; quello che l’informazione di sinistra (o sinistra informazione) aveva bollato come impresentabile:

non solo ha contenuto le perdite elettorali, dando prova che gli italiani se ne fottono del fatto che abbia riempito il Parlamento con i suoi avvocati, con fanciulle dalla dubbia formazione politica e una schiera di cortigiani (un po’ di lunga data, altri di recente acquisizione); ma è addirittura parso il salvatore della Patria quando si è messo dalla parte del Re, pronto a schierare le sue truppe a garanzia invero della propria personale intangibilità.

 

Ha perso il PD. Mai nella storia si era visto un partito frantumarsi così violentemente nel giro di poche settimane. Elezioni perse (scusate, ma il mio odio verso il politicamente corretto mi impedisce di dire “non vinte”) quando neanche i bookmakers del Burkinafaso accettavano più scommesse sulla sua vittoria;  quella resa in streaming degna del miglior Fantozzi nell’ufficio del Megadirettoregenerale, davanti a quei due  statisti del M5S (lui che si è addormentato alla prima seduta d’Aula e l’altra che esclude che ci sia un limite di età per fare il Presidente della Repubblica); l’autoaffondamento con la farsa delle votazioni di Marini e Prodi al Quirinale; l’annuncio di 50 parlamentari che non voteranno la fiducia al governo di Enrico Letta, cioè quello che – dopo le dimissioni di Bersani – è il più alto in grado nel partito che fu il PCI, poi PDS, poi DS e che ha formato un esecutivo in cui la connotazione del proprio partito è quasi invisibile.

 

Hanno perso quelli che, provenendo da destra, non hanno avuto il coraggio di rischiare ed hanno preferito restare alla corte di Silvio, speranzosi in qualche comoda poltroncina che – come era naturale prevedere – non è arrivata. Ora saranno lì, ad applaudire le gesta di Nunzia De Girolamo nella sua prossima battaglia del grano ed a sostenere le politiche dell’integrazione del nuovo Ministro Kyenge (che magari in congolese vuol proprio dire “chi è?”) e ad attendere da Ghedini la velina con gli emendamenti da presentare.

 

 E’ morta la coerenza.

Quella che, se fai una campagna elettorale raccontando agli italiani che non farai accordi con il tuo avversario, poi ti impone di non accettare inciuci.

Quella che, quando passi 40 giorni a spiegare perché gli altri hanno un programma sbagliato rispetto al tuo, poi non ti consente di rilasciare un’intervista al principale quotidiano nazionale che “tanto PD e PDL dicono le stesse cose, per cui è normale che si governi assieme” (Brunetta dixit).

 

Quella che ti fa pensare che non sia un caso che, in tutto il mondo, vi siano due principali sensibilità che sono alternative, che si confrontano per superarsi ed affermare la propria visione della società: chi le chiama destra e sinistra, chi conservatori e progressisti, chi repubblicani e democratici, chi liberali-nazionali e socialisti-democratici.

 

Ovunque, queste anime hanno ricette opposte sull’economia (da lasciare alle capacità dei cittadini per alcuni o da statalizzare per altri); sulle tasse (chi le vuole abbassare e chi le usa per coprire la spesa pubblica che cresce a dismisura); sul modello di società (chi privilegia l’identità e chi persegue il multiculturalismo); sulla famiglia (chi pensa che per avere un figlio servano un uomo ed una donna e chi sostiene modelli diversi ancorché incompatibili con la natura) e su tanto altro ancora. In Italia poi, le differenze si allargano anche sull’uso politico della giustizia, il senso dello Stato, la presunzione di superiorità morale.

 

Sostenere che queste diversità siano congelate sulla scorta di un supposto senso di responsabilità (definizione cui assegno l’Oscar del termine più noioso dell’anno) è una mera finzione, che serve solo a tenere l’Italia sotto il condizionamento internazionale di massoni, banchieri e speculatori, senza una propria identità né un chiaro cammino da percorrere.

 

 In questo nulla assoluto, a Fratelli d’Italia – vinta la difficile sfida della sopravvivenza compete la sfida più ardua: quella di tenere alta la voce di chi non ci sta all’omologazione, di chi non accetta il consociativismo e, per dirla con Marzio Tremaglia, rifiuta il compromesso sistematico. E contemporaneamente di essere credibile nell’aprire un cantiere da offrire a quegli italiani, eticamente e culturalmente alternativi alla sinistra, che non accettano questa deriva e sanno che – presto o tardi – un centrodestra diverso e veramente radicato su un’impostazione precisa possa esistere, anche prescindendo dalla presenza di chi per tanti anni ne ha interpretato e forsanche condizionato lo spirito.