30 gennaio 1820. Duecento anni fa. Quel giorno lontano, dopo una lunga e perigliosa navigazione il comandante della Royal Navy Edward Bransfield raggiunse infine la penisola Trinity, il punto più settentrionale del Continente antartico, un immenso dito gelato steso nell’Atlantico meridionale.

Agli occhi dei marinai si disvelò un mondo dalla bellezza incontaminata ed estrema, un paesaggio grandioso e terribilmente inospitale. Dopo aver perlustrato i dintorni e compiuti i primi rilevi cartografici, il comandante fece ritorno verso la più temperata Valparaiso da dove inoltrò la notizia della scoperta all’Ammiragliato ma da Londra i complimenti (e i riconoscimenti) tardarono ad arrivare e, alla fine, furono molto cauti. Cos’era successo? Anche un navigatore russo, Fabian Gottlieb von Bellinghausen, aveva rivendicato il primato. Con le sue due navi aveva avvistato il 28 gennaio (due giorni prima di Bransfield) i litorali dell’Antartide ribattezzandoli, in onore dello zar, «Costa Alessandro». Ad aggrovigliare ancor di più la questione qualche mese più tardi giunse la notizia che il baleniere americano Nathaniel Palmer, arrivato laggiù nel novembre dello stesso anno, rivendicava per sé e il suo governo la scoperta del «Continente bianco». Un problema non da poco per le potenze interessate: al tempo esplorare era sinonimo di conquista e avvistare una terra sconosciuta significava impadronirsene.

Il remoto e freddissimo Antartico non scaldò però i cuori e le menti dei ministri e la stramba diatriba rimase confinata tra le ovattate mura delle società geografiche sino agli anni Cinquanta del Novecento quando, alla vigilia della firma del Trattato Antartico di Washington, inglesi, russi (al tempo sovietici) e statunitensi si ricordarono di Bransfield, von Bellinghausen e Palmer e rivendicarono diritti di sovranità territoriale su settori più o meno ampi del Continente. Fortunatamente la comunità scientifica internazionale riuscì a indirizzare le negoziazioni e il primo dicembre 1959 i rappresentanti di Argentina, Australia, Belgio, Cile, Francia, Giappone, Norvegia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Unione Sovietica, Sud Africa e Stati Uniti s’impegnarono solennemente a congelare le pretese territoriali, rinunciare a ogni attività militare, proibire il deposito di materiali radioattivi e promuovere la ricerca scientifica. Nell’incandescente tempo della guerra fredda la stipula dell’accordo che promuoveva l’Antartide a «terra di pace e scienza» rappresentò un successo insperato, un «unicum» nella storia del diritto internazionale; negli anni le nazioni firmatarie sono diventate 54 — 29 parti con diritto di voto, tra cui l’Italia che aderì il 18 marzo del 1981, e 25 con ruolo consultivo — tutte rappresentate nell’Assemblea degli Stati.

LA FEBBRE DELL’ANTARTIDE

Nel 1972 il Trattato è stato integrato dalla Convenzione delle Foche di Londra, nel 1980 dalla Convenzione per la Conservazione delle Risorse Marine di Canberra e dal Protocollo sulla Protezione Ambientale di Madrid del 1991. Un ulteriore accordo sullo sfruttamento delle risorse minerarie, impostato nel 1988 a Wellington, è invece bloccato dalla pressione intrecciata di governi, ambientalisti e giuristi. Una convergenza felice poiché le risorse reali o potenziali del Continente (secondo le stime sotto i ghiacci si celano 200 miliardi di barili di petrolio e 500 miliardi di tonnellate di carbone) aguzzano appetiti e ambizioni di molti. In primis c’è la pesca, un’industria importante per argentini, cileni, australiani ma centrale per norvegesi, giapponesi, cinesi e russi. Non a caso lo scorso novembre, nella riunione di Hobart in Tasmania, Mosca e Pechino hanno bocciato per l’ottava volta la proposta di Australia e Unione Europea di creare nel Mar di Ross l’East Antarctic Marine Park, un santuario per tutelare e proteggere un ecosistema unico popolato da pinguini, balene, uccelli marini, calamari e merluzzi e altre diecimila specie.

Una decisione grave che aggiunge un ulteriore elemento d’allarme sulle sorti del Polo Sud, già minacciato l’arrivo di sempre più numerosi visitatori. Nonostante i prezzi non proprio modici (circa 11.000 dollari per sei giorni), l’International Association for Antartica Tour ha annunciato per il 2019-20 l’arrivo di oltre 75mila unità, il 40% in più rispetto all’anno precedente. Per quanto limitato un flusso che può avere conseguenze catastrofiche per un ambiente fragilissimo. Nonostante le assicurazioni dei tour operator su un «turismo responsabile», gli scienziati dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale sottolineano come la fuliggine o il carbone dei gas di scarico delle navi da crociera rilascino particelle che si depositano sulla banchisa oscurando il ghiaccio e accelerandone lo scioglimento. Marcelo Leppe, direttore dell’Istituto antartico cileno ribadisce: «Ogni anno è possibile osservare e registrare la scomparsa del ghiaccio marino e la ricolonizzazione di piante e altri organismi che prima non erano presenti».

UN MONDO A RISCHIO

Timori giustificati poiché l’Antartide è uno dei motori del sistema climatico del pianeta ed è un luogo assolutamente strategico sia per gli scienziati che studiano l’evoluzione del clima sia per le ricerche in molti altri campi dalla glaciologia alle scienze dell’atmosfera, dalla biologia marina alla conquista dello spazio. A occuparsene un piccolo popolo di specialisti distribuito su settantaquattro basi, di cui 44 attive tutto l’anno. Uno sforzo nel segno del sapere e della conoscenza ma anche una proiezione geopolitica per grandi e medie potenze, tutte desiderose (Italia compresa) a mantenere un solido aggancio sul Continente.

In questa corsa nella pancia gelata dell’Antartide spiccano gli americani che stanno ampliando la McMurdo Station, dal 1956 la loro principale installazione nell’area, per farne entro l’anno prossimo un potentissimo centro di telecomunicazioni perfettamente autosufficiente. Gli statunitensi non possono, infatti, permettersi di restare indietro ad altri Paesi come l’India, con la sua avveniristica Bharatthi Antarctic Research Station a Prydz Bay o il Brasile che ha appena aperto la Comandante Ferraz Station sulla penisola di Keller e tanto meno ai cugini britannici che continuano a ingrandire la storica stazione di Haley.

Ma a inquietare gli strateghi di Washington sono principalmente la Cina e la Russia. Pechino è presente in Antartide dal 1982 e ha firmato la Convenzione sulle Risorse Marine nel 1987, ma Hong Kong sede centrale delle multinazionali ittiche cinesi ne è rimasta fuori consentendo così ai suoi pescherecci continue violazioni dell’accordo. Dopo aver costruito un aeroporto permanente e quattro stazioni Great Wall e Zhongstan permanenti e Kunlun e Taishan stagionali quest’anno i cinesi hanno aperto, ignorando le proteste di Canberra poiché la zona è di competenza australiana, la loro quinta base a Inexpressible Island, alimentando una volta di più i sospetti di ispezioni minerarie camuffate da ricerche scientifiche. I russi a loro volta hanno enfatizzato l’anniversario della scoperta ovviamente attribuendola a Bellinghausen con un vasto programma di celebrazioni in patria e una rinnovata operatività al Polo Sud. Oltre all’ammodernamento delle cinque basi esistenti è prevista la costruzione di una nuova stazione invernale ed è stato creato l’Ispettorato per i problemi artici. Infine, a sigillare la presenza di Mosca nei mari australi in questi giorni giungeranno in Antartide due navi scuola della Marina russa. L’aquila a due teste torna a sventolare alla “fine del mondo”.

L’ITALIA AL POLO SUD

Il primo italiano a mettere piede in Antartide fu tra il 1903 e il 1905 Pierre Dayné, una avventurosa guida valdostana. Aggregato alla spedizione francese di Jean Baptise Charcot. il baffuto alpinista della Valsavarenche scalò diverse montagne sull’isola di Wienke e da buon patriota dedicò la cima più alta a Luigi di Savoia duca degli Abruzzi, il Savoia Peak. A loro volta, come racconta Luigi Ferrario col suo bel libro “Pierre Daynè, il servitore del cielo”, i francesi ammirati gli dedicarono un picco alto 730 metri, il monte Daynè. Una bella storia presto però dimenticata dai suoi compatrioti, al tempo poco o nulla interessati al “Continente bianco”. Solo nel 1957 un italiano, il tenente di vascello Franco Faggioni, tornò a calcare i ghiacci eterni assieme ad una missione neozelandese; nel 1968 il Club Alpino promosse finalmente la prima spedizione tutta nazionale guidata dallo scalatore Carlo Mauri, a cui seguì l‘anno dopo un’iniziativa del CNR. Decisamente romanzeschi furono i due viaggi 1969-71 e 1973-74 del San Giuseppe Due, un motoveliero al comando di Giovanni Ajmone Cat. Una vicenda d’altri tempi: in omaggio ai grandi esploratori del passato Cat insistette per una navigazione per lo più velica spingendosi arditamente, nella seconda edizione e con equipaggi forniti dalla Marina Militare, sino ad Argentine Bay, a 65° 15’ Sud. Il posto giusto per innalzare il 17 gennaio 1974 il tricolore.

La base italo-francese Concordia

Con l’adesione nel 1981 al Trattato Antartico, la nostra presenza superò la fase pionieristica e, seppur con budget limitati, iniziò a strutturarsi. Una scelta lungimirante come confermano i risultati raggiunti: dal 1985 ad oggi, coordinati dal CNR, oltre 3000 scienziati italiani e centinaia di specialisti delle Forze armate hanno partecipato al “Programma Nazionale di Ricerche in Antartide”. Un passo fondamentale è stata l’apertura nel 1986 della Stazione Mario Zucchelli sulla baia di Terra Nova. Posizionata su sopra una roccia granitica l’installazione di 7500 mq è formata da 110 moduli prefabbricati disposti su tre piani intorno ad un un’ala centrale e appoggiati sopra palafitte in acciaio ed è operativa durante l’estate australe (temperatura oscillante – 25°c e + 5°…). Dal 2005, per dare continuità alle ricerche è attiva la base permanente italo-francese Concordia. Costruita all’interno del Continente, la struttura è parte centrale del progetto EPICA (European Project for Ice Coring in Antarctica), uno studio per ricostruire la storia del clima e dell’atmosfera terrestre.

L’impegno continua. In occasione del duecentesimo anniversario è ora in navigazione verso base Zucchelli nave Laura Bassi — un rompighiaccio significativamente intitolato alla prima donna ad aver avuto una cattedra universitaria in materie scientifiche — con a bordo la XXXV missione del Programma. Prima d’attraccare l’unità compirà una campagna di analisi nel Mare di Ross utilizzando per la prima volta i “mooring”, una sorta di alianti sottomarini capaci d’arrivare sino a mille metri di profondità per monitorare quanto l’apporto d’acqua dovuto alla fusione dei ghiacciai altera la salinità delle acque. Dati importanti poiché più sono fredde e dense di sale, e quindi più pesanti, più facilmente le masse dei mari antartici sprofondano e giungono alle nostre latitudini temperate, dove assorbono il 25 per cento dell’anidride carbonica emessa, nonché il calore in eccesso. La missione è seguita dall’Istituto di Oceanografia e Geofisica sperimentale di Trieste e dal nuovo Istituto Polare Italiano, costituito a Mestre lo scorso luglio. Due eccellenze italiane.