È doveroso ammettere che l’Istituto per la storia della resistenza nel Friuli-Venezia Giulia ha dato un forte segnale di ravvedimento rispetto alle sue precedenti posizioni, a dir poco, reticenti sulla tragedia del confine orientale con la pubblicazione del Vademecum per il Giorno del ricordo: la solennità civile nazionale italiana, celebrata il 10 febbraio di ogni anno,  per conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli istriani, fiumani e dalmati italiani vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre nel secondo dopoguerra.

L’opuscolo, che fa ricorso alla migliore produzione storiografica sul tema (Marina Cattaruzza, Egidio Ivetic, Luciano Monzali, Raoul Pupo), non nega l’esistenza delle foibe, né delle azioni di terrorismo di parte iugoslava organizzate per spingere gli Italiani del confine orientale ad abbandonare loro terra materna. Né passa sotto silenzio le migrazioni forzate, alle quali furono costrette dopo il 1945 le popolazioni italiane del litorale adriatico.

Insomma, a consultare corsivamente il Vademecum si può addirittura provare una legittima soddisfazione, costatando che la verità storica è stata finalmente accettata anche da quella sinistra storiografica che per molti decenni aveva fatto di tutto per seppellirla nel cimitero della memoria. Il diavolo però, si annida nei particolari, e, leggendo lo smilzo capitoletto dedicato alla pulizia etnica, il senso di soddisfazione è sostituito dall’amara consapevolezza che il vecchio gioco della simulazione e della dissimulazione è ancora in pieno svolgimento.

Che sulle coste orientali dell’antico «mar di Venezia» vi sia stata un’azione pianificata di spopolamento forzato rivolta contro le popolazioni italofone è, infatti, indubbio per due ordini di ragioni:

  1. L’eliminazione fisica dei nostri connazionali non fu solo una forma di lotta politica perché non si limitò ai miliziani fascisti e ai militari del Regio Esercito, che avevano partecipato alle azioni di controguerriglia e ai programmi di de-slavizzazione forzosa, ma riguardò la popolazione italiana nel suo complesso e perfino militanti del Comitato di Liberazione che avevano combattuto, spalla a spalla, con il IX Korpus iugoslavo. Da parte slavo-comunista si cercò di egemonizzare e subordinare alle proprie direttive le unità italiane e, in caso d’insuccesso, si passò, come nel caso della “Brigata Osoppo-Friuli” (composta da volontari di ispirazione laica, liberale, cattolica, monarchica) alla feroce e proditoria violenza nei confronti di essi. Anche i partigiani comunisti, naturalmente più inclini ad uniformarsi alle direttive titine, furono messi in condizione di non opporre resistenza al progredire violento e repentino della slawisierung portata a temine manu militari. La maggior parte di essi fu costretta dai comandi slavi a operare lontano dal territorio italiano in modo da depotenziare la presenza militare dei nostri connazionali in Venezia Giulia e sul litorale dalmata.
  2. Quegli eccidi non furono neppure soltanto il portato di una guerra di classe scatenata dalle masse contadine slave contro le élites italiane, perché gli infoibati furono italiani di ogni strato sociale, senza distinzioni di censo, di ceto, di età o sesso. Come si legge nel dolente diario dell’occupazione titina di Trieste (1° maggio – 12 giugno 1945), steso da Pier Antoni Quarantotti Gambini, una delle più importanti figure della cultura italiana e triestina del Novecento:

Ciò che sorprende è che non si ha notizia di alcuna cattura di grossi esponenti del nazifascismo o di poliziotti aguzzini. Soltanto continui arresti e misteriose scomparse di gente minuta, e oscura per di più. Per svanire nel nulla basta essere italiani. L’essere stati fascisti o repubblichini, in tutto questo, non c’entra.

A queste evidenze, il Vademecum, invece, oppone, un tortuoso ragionamento secondo il quale non si potrebbe parlare, di pulizia etnica perché tra i martiri della mattanza titina si contavano anche molti italiani, in origine etnicamente sloveni, croati, oppure tedeschi e austriaci e di altra etnia E’ certo che per fare simili affermazioni bisogna avere davvero scarsa conoscenza di ciò che fu l’italianità di quelle terre di confine. Lì, infatti, l’appartenenza alla patria italiana non derivava soltanto dal dato biologico della discendenza razziale ma nasceva molto spesso dalla scelta spontanea di chi s’identificava in una comunità caratterizzata da omogeneità di lingua, cultura, tradizioni e memorie storiche, stanziata, da secoli, in quel territorio.

Adottando il criterio introdotto dal Vademecum, che si rifà alla più chiusa interpretazione dello ius sanguinis, si dovrebbe negare l’italianità di Italo Svevo (nato Aron Hector Schmitz), dal padre bavarese, Franz, e quella di altri intellettuali eccellenti (Giani e Carlo Stuparich,Scipio Slataper), che scrissero unicamente nella lingua di Dante.Italiani, poi, non dovrebbero essere considerati lo slovenoRomeo Battistig e Alfieri Rascovich, rampollo dell’alta nobiltà croata,che formarono il nocciolo duro del movimento irredentista triestino, nei cui ranghi numeroso e attivissimo era l’elemento ebraico proveniente dall’Europa centrale e orientale e dove non mancavano elementi di origine greca e armena. E di conseguenza dovrebbe essere negato il diritto di cittadinanza italiana ai numerosi italiani non etnici, che, dopo il 23 maggio 1915, passarono le linee per arruolarsi volontari nel nostro Esercito e che acquistarono con il prezzo della loro vita quel diritto.

D’altra parte, nell’appendice balcanica del paradiso socialista la bonifica etnica perpetrata manu militari fu pratica corrente dal 1945 al 1948, e questo dato storico aggiunge stupore a stupore per la colpevole reticenza dei compilatori del Vademecum. Furono infoibati Albanesi da parte degli Iugoslavi e Slavi del sud da parte degli Albanesi. Per non parlare del mezzo milione di tedeschi etnici e non che furono massacrati dalle forze armate di Tito e dai loro volonterosi collaboratori che non vestivano alcuna divisa. E questa enorme cifra non va dimenticata per comprendere il significato di ciò che non si può denominare se non con il termine di “democidio” e cioè di omicidio di massa pianificato da parte di un governo contro gli appartenenti di una comunità etnica.

Tutto ciò era stato perfettamente compreso da Gaetano Salvemini che, nell’ottobre 1944, nella rivista “Foreign Affairs”, pubblicava l’articolo, Le frontiere d’Italia, dove profeticamente scriveva:

La mentalità nazista si sta diffondendo anche fuori della Germania, grazie alla degradazione morale causata dalla guerra. Oggi parliamo tranquillamente di strappare milioni di esseri umani dalle loro case mandandoli chissà dove, per liberarsi da “minoranze etniche” turbolente e creare ovunque “un’uniformità nazionale”. Hitler ha dato l’esempio nei paesi caduti sotto il suo controllo, e noi sembriamo pronti a fare lo stesso, anche se ci vantiamo di combattere questa guerra per impedire ad Hitler di “hitlerizzare” il mondo. Se questa mentalità brutale prevarrà tra i capi delle Nazioni Unite che detteranno le condizioni della pace, gli italiani della Dalmazia verranno sradicati dalla loro terra e scacciati, affinché alcuni politicanti di Belgrado o di Zagabria possano impossessarsi delle loro case, campi e botteghe. […] Ma nelle presenti condizioni sociali chi può attendersi che una città come Trieste sia amministrata dalla minoranza slava dei suoi sobborghi e dai contadini slavi sparsi nel vicino Carso pietroso e poco abitato? Può una persona di buon senso pretendere che i campagnoli slavi amministrino gli italiani di Gorizia e delle città dell’Istria occidentale? Oppure questi italiani devono essere gettati a mare?

Un presentimento accorato, quello di Salvemini, che si confermava nell’intervento, Trieste e gli stalinisti, apparso su “L’Italia Libera”, del 16 febbraio 1945, dove lo storico stigmatizzava le forti responsabilità del PCI di Togliatti nel “dramma del litorale adriatico”.

Che cosa avverrà agli italiani dei territori misti? Questo problema sarà risolto col metodo di “trasferire” le popolazioni, cioè “sloggiare” le popolazioni, deportarle in Siberia dalla Germania, buttarle a mare da Trieste. Sono anche capaci di “trasferire con metodi umanitari”, quasi che si possa mai trovare un metodo umanitario per costringere gente che sta in una casa, in una bottega, in una fabbrica, su un pezzo di terra, a far fagotto e andarsene a casa del diavolo. Signori stalinisti italiani, che cosa farete degli italiani che stanno da secoli nelle zone miste italo-slave, anche in quelle dove sono a maggioranza? Propugnerete anche per essi il “trasferimento con metodi umanitari”?

Eugenio Di Rienzo, Il Corriere della Sera.it, 15 giugno 2019