Non è certo per una reazione, magari un po’ istintiva, alla brutta prova offerta dalle Camere riunite per l’elezione del Presidente della Repubblica, che crediamo sia urgente riprendere e rilanciare il discorso “presidenzialista”, unica, reale alternativa alle ingessature politico-partitocratiche del nostro Paese.

 

Con una rappresentanza parlamentare così parcellizzata ed un sistema per individuare il nuovo Capo dello Stato a dir poco “indeterminato”, lasciato, di fatto, in balia dell’accordo tra le segreterie dei partiti,  l’opzione presidenzialista e  la conseguente elezione diretta, da parte dei cittadini,  della prima carica dello Stato appare, a questo punto, una strada obbligata per evitare che la crisi del nostro sistema politico assuma forme ancora più drammatiche.

 

Il “presidenzialismo” non va infatti visto  solo come un’ opzione istituzionale. Esso può diventare il cuore di una più vasta riforma in grado di garantire all’Italia  efficacia di governo e stabilità politica ed insieme  offrire una risposta alla crisi del sistema partitocratico, crisi la cui non esaltante prova del Pd ha offerto, in questi giorni,  una drammatica fotografia.

 

Per avviare il discorso basterebbe  “riannodare” il filo di una memoria che data gli Anni Cinquanta-Sessanta del ‘900,  anni in cui si fece strada,  ad opera di autori di indirizzo riformista e liberale,  una ricca saggistica sul tema. Pensiamo – tra i tanti —  a Giuseppe Maranini (“Miti e realtà della democrazia”, Comunità, Milano 1958), Giacomo Perticone (“La partitocrazia è uno spettro”, “Il Politico”, 1959), Lorenzo Caboara (“Patologia dello Stato partitocratico”, Leonardi, Bologna 1968), Panfilo Gentile (“Democrazie mafiose”, Volpe, Roma 1969). Ad unire queste, come tante altre analisi, la denuncia della lontananza tra eletti ed elettori, la scomparsa di ogni selezione meritocratica del ceto politico, lo strapotere delle segreterie dei partiti, il gregarismo ideologico, l’occupazione partitocratica dello Stato, con il conseguente controllo del cosiddetto sotto governo e dell’amministrazione pubblica, la corruzione diffusa, l’instabilità politica.

 

Niente  di nuovo – come si può ben vedere – così come di stringente attualità, seppure “vecchie” di cinquant’anni,  appaiono le proposte di Randolfo Pacciardi, figura storica dell’antifascismo, comandante, durante la guerra di Spagna del battaglione “Garibaldi”, esponente, nel dopoguerra,  del Partito Repubblicano, da cui venne  espulso, nel 1963, per il suo voto contrario al primo governo di centro-sinistra.

 

Afferma Pacciardi, in occasione del discorso di presentazione  del movimento Unione Democratica per la Nuova Repubblica, fortemente caratterizzato in senso antipartitocratico e presidenzialista (Roma, Teatro Adriano, 10 maggio 1964): “Noi vogliamo che il presidente della repubblica diventi il capo responsabile della nazione per un periodo di tempo limitato, ma in quel periodo si sa che la nazione ha un capo e una bandiera. Noi vogliamo, e siccome deve rispondere lui ha tutto l’interesse a farlo, che si circondi nel governo di uomini scelti fra i più autorevoli della nazione provenienti dal parlamento o fuori del parlamento, essendo inteso che il deputato che diventa ministro lascia la carica di deputato per non confondere i due poteri e per non votarsi la fiducia esso stesso come fanno i ministri oggi nelle assemblee. Vogliamo un parlamento meno numeroso e più efficiente: cento senatori, non più di cento senatori americani, il Senato è la camera più rappresentativa in America, rappresentano gli interessi di quel grande Paese; noi ne abbiamo oltre mille tra senatori e deputati che minacciano di diventare più numerosi (il riferimento è alle istituende Regioni N.d.R.)”.

 

Dopo Pacciardi sulla strada presidenzialista si incamminarono, ma  senza successo, il gruppo “Europa ‘70”, di ispirazione democristiana, Giorgio Almirante, che fece della “Nuova Repubblica” la bandiera della destra degli Anni Ottanta, Bettino Craxi, il professor Gianfranco Miglio, che, nel 1983, riunì una serie di esperti di diritto costituzionale ed amministrativo, arrivando a produrre un organico progetto di riforma della seconda parte della Costitituzione. Punti forti del “Gruppo di Milano”, coordinato da Miglio,  il rafforzamento del governo guidato da un primo ministro dotato di maggiori poteri, la fine del bicameralismo perfetto con l’istituzione di un Senato delle regioni sul modello del Bundesrat tedesco, ed infine l’elezione diretta del primo ministro da tenersi contemporaneamente a quella per la Camera dei Deputati.

 

Il materiale – come si può ben vedere – è particolarmente ricco. E per chi voglia coglierli ci sono tutti gli elementi teorici e pratici per riprendere e rilanciare il tema, facendone  magari uno strumento concreto di battaglia politica. Resta il problema di fondo: possono i partiti autoriformarsi, riformando il sistema ?  Il coraggio – come scriveva Manzoni – non è che uno se lo possa inventare…