Dove stiamo andando? E’ proprio vero – come va dicendo il Governo – che ci stiamo avviando verso l’uscita del tunnel della crisi? A leggere certe statistiche si direbbe di no. L’aumento della disoccupazione, il livello delle tasse, il graduale impoverimento della popolazione, l’attacco alle pensioni, ultima spiaggia per “fare cassa”, non lasciano ben sperare. 

Se poi le prospettive sono quelle che vengono da oltreoceano, dove certe “tendenze” fanno scuola, c’è poco da essere ottimisti.

In America il ceto medio è alla canna del gas, al punto che molti ne vedono il prossimo tramonto. In pratica – si dice – esisterà sempre una fascia di individui che avrà un reddito medio basso ma non esisterà più la piccola proprietà. Tutto diventerà di proprietà delle grandi imprese ed il popolo sarà una massa indistinta di gente che nella migliore delle ipotesi avrà di che vivere ma niente di più. La concentrazione della ricchezza in poche mani anonime a fronte di masse di individui che hanno difficoltà a vivere rischia di diventare  una realtà.

E qui da noi ? Il ricambio sociale è bloccato. I giovani vivono la loro precarietà come un fatto ineluttabile. La linea di demarcazione tra i poveri ed i non poveri appare sempre più indistinta. Ci vuole poco per rompere l’instabile equilibrio: la perdita del lavoro, la cassa integrazione, la rottura del matrimonio, una grave malattia, le tasse da pagare, la  rata di mutuo troppo alta.

Rispetto a questo non esaltante quadro, le “manovrine” di governo, l’ambiguità del sistema della tassazione, i costi sociali sempre più alti non offrono prospettive ottimistiche.  C’è, al contrario, una stanchezza diffusa ed una frustrazione latente che rischia di fare esplodere forme di protesta radicali ed incontrollabili se alla crisi non verranno date risposte adeguate, se soprattutto non ci si impegnerà veramente per diminuire le distanze tra i ceti, le generazioni, le aree geografiche del Paese.

Da qui, soprattutto da qui, deve partire una risposta politica, in grado di prefigurare un nuovo modello di sviluppo, di fissare chiare priorità, di individuare un percorso di uscita reale dal tunnel della crisi.

Ma per farlo bisogna anche  avere il coraggio di parlare chiaramente  a  quella “maggioranza silenziosa” non ancora consapevole dei rischi che sta correndo. A forza di rosicchiare porzioni di benessere, fasce di mercato, rendite di posizione a quei ceti professionali che un tempo erano considerati lo zoccolo duro del sistema-Paese, sarà il ceto medio a trovarsi, prima o poi, sull’orlo del baratro e ne verrà risucchiato.

Lo indicano i numeri della crisi e le tendenze d’oltreoceano. Lo rende palese la crisi in atto. Bisogna – a questo punto – che qualcuno se ne faccia carico offrendo  prospettive politicamente concrete e  chiamando il ceto medio ad una diretta assunzione di responsabilità, pena la sua perdita di ruolo e di valore.