I due mesi e mezzi, trascorsi dal voto, confermano che, al di là della prossima soluzione di governo, l’Italia repubblicana continua a pagare una crisi “di Sistema” che ormai l’accompagna dal suo nascere e con la quale sarebbe l’ora di fare finalmente i conti.

Ci aveva provato, a suo tempo, sul finire degli Anni Settanta, Bettino Craxi, lanciando l’idea della Grande Riforma, in grado di abbracciare l’ambito istituzionale, amministrativo, economico-sociale e morale della crisi. Prima di Craxi, già nel decennio Cinquanta/Sessanta, si era sviluppata una ricca letteratura in materia. Randolfo Pacciardi, mitica figura dell’antifascismo repubblicano, aveva dato vita, nel 1963, al movimento Unione Democratica per la Nuova Repubblica, fortemente caratterizzato in senso antipartitocratico e presidenzialista. Nel 1968 toccò a Bartolo Ciccardini, con il suo gruppo di “gollisti democristiani” Europa Settanta. Giorgio Almirante della “Nuova Repubblica” aveva fatto la bandiera della destra degli Anni Ottanta. Il professor Gianfranco Miglio, nel 1983, aveva riunito una serie di esperti di diritto costituzionale ed amministrativo, arrivando a produrre un organico progetto di riforma della seconda parte della Costitituzione. Punti forti del “Gruppo di Milano”, coordinato da Miglio, il rafforzamento del governo guidato da un primo ministro dotato di maggiori poteri, la fine del bicameralismo perfetto con l'istituzione di un Senato delle regioni sul modello del Bundesrat tedesco, ed infine l'elezione diretta del primo ministro da tenersi contemporaneamente a quella per la Camera dei Deputati.

L’ampiezza,anche politica, di questo “fronte”, espressione di una trasversalismo inusuale, conferma la cronicità della crisi, resa palese anche dalle ultime vicende politiche. In pochi però sembrano volere affrontare la questione dalle radici e dunque dall’esigenza di attivare un nuovo processo di legittimazione istituzionale, che modifichi la Costituzione del ’48 nella parte relativa all’Ordinamento della Repubblica.

Una nuova Repubblica non si improvvisa. E non basta evocarla. Per “farla” occorre una Costituente che affronti ex novo il tema della rappresentanza, partendo dai limiti attuali del sistema parlamentare, magari facendo tesoro dell’esperienza relativa all’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di regione, già sperimentata con successo rispettivamente dal 1993 e dal 2000.

Se l’elezione diretta ha funzionato così bene per i Comuni e le Regioni, perché non sperimentarla a livello nazionale ? Qualcuno vuole farsi carico dell’impresa ? In particolare chi – a destra – dovrebbe essere l’erede naturale, in termini culturali e politici, delle grandi battaglie sulla crisi del Sistema e sul suo superamento.

Il fallimento del modello renziano di riforma, uscito sconfitto dal referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, ha reso palese non solo l’inadeguatezza di un progetto, strutturalmente contraddittorio, quanto soprattutto la sua debolezza metodologica. Una nuova Costituzione non può nascere da scelte “ordinarie”. Occorre un sovrappiù di rappresentanza e una libertà di scelta che i parlamentari non possono avere. Ci vuole allora una Costituente, eletta con sistema proporzionale, che sia l’occasione per aprire un confronto a tutto campo sui modelli istituzionali e sui sistemi di rappresentanza e di governabilità. Presidenzialismo, funzioni del parlamento, ruolo dei partiti, autonomie locali, strumenti partecipativi nel mondo del lavoro: sono molti gli argomenti su cui è urgente un confronto a tutto campo. Il momento appare ideale. Se “Terza Repubblica” deve esserci, lo sia coerentemente e concretamente. Anche a partire dalla Carta Costituzionale.