Il “COVID-19” , dove “CO” sta per corona, “VI” per virus, “D” per disease e “19” indica l’anno in cui si è manifestato, è circa 600 volte più piccolo del capello umano. E’ invisibile agli occhi e privo di un qualsiasi attributo che lo possa far ritenere dotato di una qualche forma di discernimento. Di sentimenti nemmeno a parlarne, e inquadrandolo al microscopio non si riesce a scorgerne nessuna forma di virtù. Eppure da circa tre mesi il Covid -19 tiene in scacco il pianeta e i suoi otto miliardi d’inquilini costringendoci a ripensare alle nostre vite, alle nostre relazioni, al nostro lavoro e a porci la domanda di cosa sarà di noi. Assistiamo a uno stravolgimento che ha prodotto sinora un numero sconcertante di vittime e che non si riesce a paragonare a nulla di già vissuto e conosciuto, e nemmeno l’ultima guerra mondiale può essere considerata un termine di paragone coerente con la portata sconfinata di questa sciagura. Una sciagura precipitata in questo anno infausto sulla malcapitata testa di noi vittime involontarie di un cambio d’epoca non prevista e forse non prevedibile. La conta dei morti da sola non basta a rendere appieno l’idea di questo tsunami, e il numero dei contagi in continuo aggiornamento aiuta appena a intuire la portata di un dramma che è molto più esteso e pervasivo di quanto si riesca a quantificare.

Il fatto è che il mondo che abitavamo ha palesato d’improvviso, senza avvisaglie di una tenuta possibile e senza autodifese credibili, le sue gambe fragili e il suo scheletro più friabile di una duna, pilastro di pasta frolla di un mondo ipertecnologico che si scopre d’un tratto sguarnito proprio quando sarebbe occorso il cemento più tenace e l’acciaio più duro. Un battito di ciglio e ci siamo ritrovati a fare i conti con la realtà amara del nostro fragile vivere, con la caducità di tutto quanto ci circonda, tra conquiste sociali che si sgretolano al ritmo di una crisi economica impensabile e un corollario di paure e di pericoli disseminati lungo la nostra quotidianità: uno stato di pericolo permanente nascosto in ogni luogo e presente in ogni frangente, con una lontananza “sociale” elevata a nuova misura del vivere. Un vivere angosciato molto più che dall’immagine plastica di mascherine chirurgiche e guanti sterili obbligatori, nuove presenze fisse della nostra vita a prova di respiro e a distanza di sicurezza.

Il fardello più grande di questo incubo è la solitudine, una solitudine depistata e illusa con trilioni di parole, schemi mentali e culturali rasi al suolo da una realtà spietata e sputati proprio quando non più plausibili, e teoremi sui massimi sistemi dispensati con somma incontinenza su una rete intasata quanto mai di fantasie, retroscena e segnali di un’apocalisse disvelata dai nuovi oracoli della fine della civiltà. E’ il trionfo dei complottisti, del pensar male per non sbagliare e del non piegarsi alla morale corrente, alle logiche dell’ammasso e a un pensiero unico oggi più che mai crimine universale.

Siamo entrati a rotta di collo nell’età dei legami azzerati e dei silenzi a una distanza ben maggiore del metro imposto dagli scienziati, ostaggi involontari di una moltitudine che da massa informe si trasforma sulle autostrade della rete in milizia armata di insulsaggini, luoghi comuni e banalità profuse senza limiti. Senza volerlo, e senza poterlo evitare, ci ritroviamo nel bel mezzo del ciclone e non possiamo tornare indietro, dobbiamo metabolizzare lo shock e andare avanti, anche se non possiamo sapere davvero fino in fondo se il mondo che abitavamo sino a qualche mese fa tornerà mai a battere le lancette di nuovo. Prigionieri di un malanimo che ci pervade e di un’angoscia che ci divora, ci ritroviamo a fare i conti con un tempo dilatato a dismisura in un coacervo di pensieri, dubbi e perplessità infinite che affollano senza tregua e senza soluzione di continuità le nostre menti sfiancate da un futuro che non era mai stato tanto oscuro. Un futuro che rischia di compromettere per chissà quanto noi, i nostri affetti più cari, le nostre famiglie, la nostra comunità.

Esorcizzare la paura è divenuta la nuova missione di vita, e nuotare controcorrente una necessità inderogabile. La superficialità, il menefreghismo, il disinteresse sono un lusso che nessuno può e deve più permettersi, al netto degli idioti del buonismo e degli apostoli del pensiero positivo. C’è un Paese da riprogettare, un’idea di comunità da riscrivere per i nostri figli e i nostri nipoti. Un’Italia che nessuno può azzardarsi a negoziare con padroni e aguzzini, tedeschi o transalpini che siano. Il sogno di un’Europa monolitica e solidale è naufragato tra i flutti imperterriti del Coronavirus che ci costringe a vivere secondo quanto stabilito da un decreto governativo.