Piccolo non sempre è bello e il benessere può rappresentare una fregatura. Lo dimostra la folle parabola della minuscola repubblica di Nauru, diecimila abitanti su 21 chilometri quadrati, un punticino arido e secco sperduto nell’immensità dell’Oceano Pacifico.

In un tempo ormai lontano l’isoletta era un paradiso tropicale coperto da una vegetazione lussureggiante e circondato da un mare azzurro e pescoso. Il capitano inglese John Ferm, il primo occidentale a sbarcarvi nel 1798, ne rimase talmente affascinato che la ribattezzò Pleasant Island. Ma dell’antica bellezza oggi non rimangono che vaghi ricordi e qualche cartolina risalente al periodo coloniale tedesco (1888-1914), quando Nauru era un remoto possedimento del Kaiser. Fu allora che un geologo australiano, Albert Ellis, scoprì che l’isola era ricca di fosfato pressochè puro, un minerale versatile, utile sia in agricoltura (è un ottimo fertilizzante) che nell’industria (metallurgica, farmaceutica etc.). La ricchezza e la disgrazia di una terra e di un popolo.

Cacciati nel 1914 i germanici, i britannici e poi gli australiani iniziarono l’estrazione in modo massiccio trasformando l’intera isola in una grande miniera a cielo aperto. Le foreste vennero abbattute per far posto alle installazioni minerarie e sulla barriera corallina vennero lanciati lunghi pontili dotati di nastri trasportatori per il carico del minerale. Un disastro ecologico in piena regola.

Negli anni Sessanta, abbaccinati dall’improvviso benessere — pur di non aver noie le aziende minerarie furono generose con gli abitanti —, i nauruani scoprirono la parola “autodeterminazione” e chiesero insistentemente l’indipendenza dall’Australia, la potenza coloniale subentrata al Regno Unito. Pur di conservare i giacimenti, il governo di Camberra cercò di traccheggiare e si spinse ad offrire agli isolani un ricollocamento sull’isola Fraser, cento volte più grande di Nauru ma priva di risorse strategiche. Il leader degli indipendentisti (e poi primo presidente) Hammer Deroburt rifiutò ogni offerta e si appelò all’ONU, allora in pieno deriva anticolonialista. I burocrati del “palazzo di Vetro” si commossero per la stramba causa di Deroburt — “stranamente” alimentata dai gruppi statunitensi ansiosi di scalzare i “canguri”— e alla fine, gli australiani cedettero. Il 31 gennaio 1968 nacque così la più piccola repubblica del pianeta (come è noto Monaco e Città del Vaticano sono monarchie).

Ottenuta l’indipendenza Deroburt si affrettò a nazionalizzare le miniere e tramite la “Nauru Phospathe Corporation” e i suoi sponsors americani intensificò al parossismo l’estrazione, distruggendo così gli ultimi scampoli dell’ecosistema originario. Risultato: la zona abitabile si ridusse al 20 per cento della superficie complessiva, il mare fu irrimediabilmente inquinato dagli sversamenti del fosfato, i terreni coltivabili furono inghiottiti dalle industrie e il patrimonio ittico fu semplicemente annientato. Il disastro si trasformò in una catastrofe che, però, lasciò indifferenti i cupidi locali. Non a caso. Grazie alle rendite del fosfato il neo presidente aveva creato un perfetto (quanto delirante) sistema assistenzialista che assicurava ad ogni nativo un livello di vita altissimo. I Nauruiani smisero di lavorare — al loro posto arrivarono frotte di immigrati cinesi — e si godettero la cuccagna: niente tasse, cure gratuite, stipendio “sociale” assicurato, persino donne di servizio e cuochi (stranieri) in ogni casa a spese dello Stato. Presto ogni famiglia ebbe una media di sei o sette macchine e altrettanti televisori, e se una vettura o uno schermo si guastava nessuno pensava a riparli, bastava rimpiazzarli con un prodotto più costoso…

Travolti da questa “utopia consumistica” i governanti non fecero troppo caso alle raccomandazioni dei geologi sull’inevitabile esaurimento dei giacimenti e quando decisero di pensare al futuro e diversificare gli investimenti fu la rovina. I politici nauruiani — un manipolo di corrotti, pasticcioni e incompetenti — si lanciarono in una serie di operazioni fallimentari come la compagnia aerea Air Nauru, celebre per i suoi ritardi epocali e le improvvise cancellazioni dei voli: un bagno di sangue finanziario conclusosi con un fallimento pieno. Stessa sorte ebbero la Nauru House Building, nel 1977 il più alto grattacielo d’Australia svenduto nel 2004, e gli altri strampalati investimenti come il finanziamento di spettacoli musicali a Londra e a New York.

Alla fine degli anni ’90, mentre il fosfato si esauriva e le miniere chiudevano, il mini-Stato aveva dilapidato miliardi di dollari e le casse erano desolatamente vuote. Nel 2000 la festa terminò definitivamente: non rimaneva più un’oncia minerale. Disperati (e indebitati) gli isolani cercarono alternative più o meno improbabili come il baratto con il Giappone del loro voto all’ONU per la riapertura della caccia alle balene, la vendita di passaporti, giurisdizioni offshore o l’affitto di metà del territorio all’Australia che vi installò un centro di detenzione per migranti clandestini, una sorta di Cayenna moderna.

Tanti espendienti rivelatisi, alla fine, tutti inutili. Oggi l’agonizzante economia locale si basa sui contributi di Camberra, l’ambiente è completamente devastato, il mare inquinato e il tessuto sociale e culturale — le tradizioni tribali sono da tempo evaporate — è sconvolto. Unica eredità degli anni dell’avidità sono i mesti records: il 90% dei nauruani è disoccupato, l’80 soffre d’obesità e il diabete di tipo II, prima causa di mortalità, affligge il 40 % della popolazione. In più, al peggio non vi è mai limite, la piatta isola (il suo picco più elevato raggiunge appena 61 metri) è seriamente minacciata dall’innalzamento globale del livello marino e le Nazioni Unite hanno previsto in un futuro sempre più prossimo il trasferimento dell’intera popolazione. Tristi, tristissimi tropici.