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L’intervista rilasciata al “Corriere della sera” da Alfio Marchini, candidato Sindaco di Roma per la sua lista e per quella del “Cesare di Arcore”, come ovvio e scontato, non poteva che essere evasiva. Non poteva che risultare tale, perché l’uomo appare traboccante di amor sui , innalzatosi a “salvatore della patria” ed impegnato a far prevalere questo peso attribuitogli, lasciandogli le mani libere senza vincoli ne impegni.

Lo dimostra, in modo eloquente e preoccupante, l’apertura di Paola Di Caro. E’ presentato infatti come l’unico sulla scena non commendevole romana indisponibile “a passi indietro” ed impegnatosi , con intenzioni ed obiettivi in prospettiva ben lontani da quelli del semplice e ristretto Campidoglio, “a sconfiggere i populismi che una volta al governo alimentano il conflitto sociale e conflitto tra le istituzioni”.

In risposta alla prima domanda, offre a Berlusconi un doppio contentino (o forse un benservito), confermandolo “un innovatore [sostenitore di Renzi con l’”Italicum”]” e ritenendo , dopo averlo risuscitato, FI “l’unico partito che non si è arroccato nel difendere lo status quo”.

Lancia l’ennsimo slogan, comodo dopo un periodo trascorso nell’ombra, senza scrivere pagine esaltanti di confutazione a Marino, dicendosi forte di un consenso “radicato tra i romani”, lungi dall’essere provato sui fatti, con l’obiettivo altisonante ma – si consenta – palesemente demagogico, di patrocinare “un’alleanza tra liberi per liberare Roma a chi l’ha ridotta in questo stato [la destra di Alemanno e la sinistra di Marino] e da quei movimenti populisti che farebbero sprofondare Roma ancora più nel caos [grillini, Meloni e Salvini]”.

Persistendo monotamente ed unicamente, senza mai accennare ad un abbozzo di programma, sui motti e sulle frasi fatte, assicura forte rigidità “sulla qualità dei candidati”, come se ci fossero mai stati nella plurisecolare storia della politica, leaders disposti ad ammettere al proprio fianco candidati di virtù e valori scadenti o almeno discutibili.

Per conto proprio e dei suoi uomini (nuovi uomini “azienda” in rodaggio?) si proclama “estremista del buon senso più che mai convinto che oggi ci siano le condizioni per andare a vincere”. Elogia Bertolaso “fuoriclasse nel risolvere i problemi”, definendolo con una captatio benevolentiae vistosa, “vero servitore dello Stato” per avergli lasciato campo libero.

Dopo essersi mostrato vago e sfuggente nelle risposte sulla destra, destinata – lo ricordi chi pare propenso alla combine – ad un ruolo marginale, di comparsa nella millesima fila, l’unico passaggio condivisibile è quello in cui rifiuta “il mito della società civile” senza spiegarci il suo posizionamento reale e duraturo.

Dopo aver gratificato Berlusconi come nuovo “uomo della provvidenza”, capace di “aprire nuovi sentieri lungo i quali ricostruire il legame su politica e cittadini”, Marchini raggiunge il culmine, mostrando pressapochismo inarrivabile con la sua frase manifesto: “Il mio impegno è per Roma. Il campo sul quale si giocherà l’egemonia globale tra Paesi – continenti e grandi aree metropolitane. La Capitale insieme a Londra è una delle due grandi “città mondo”. Senza pensare al giudizio degli abitanti di Parigi, Pechino o Tokio, senza mai dovesse arridere loro la “fortuna” e la “gioia” di conoscere il Marchini – pensiero, francamente pare tanto ma non è altro che altisonante utopia.