In preda ad una deriva culturale prima ancora che politica oramai inarrestabile, la sinistra smarrita e confusa di questi tempi non riesce a fare altro che rispolverare vecchie e logore abitudini nella speranza di recuperare un minimo di credibilità.

Cosi, con il curioso incrocio tra un cane di Pavlov e un treno svizzero, è arrivato puntualissimo il botto del vecchio archibugio giustizialista, un’arma oramai spuntata ed obsoleta, anche stavolta azionato nella convinzione che la giustizia sia la continuazione della politica con altri mezzi.

Una sceneggiatura scontata, vista già troppe volte, nella quale in mancanza di capacità e strategie politiche si tenta di delegare alla “giustizia” l’azzoppamento dell’avversario politico. Una strategia miope e perdente, che negli anni non ha portato nessun beneficio né alla sinistra né all’Italia, logorando invece l’immagine e la credibilità dell’intera magistratura a scapito di moltissimi magistrati che fanno seriamente il proprio lavoro, lontano da telecamere e giornali senza il bisogno di passerelle mediatiche e inutili protagonismi come quello del magistrato che ha deciso di salire a bordo di Nave Diciotti a favore di telecamera per compiere personalmente accertamenti che normalmente verrebbero delegati alla Polizia Giudiziaria. Contribuendo così all’affollata passerella che già aveva visto sfilare la crema della sinistra buonista e disperata, dalla Boldrini a Fiano sino allo stralunato Martina.

Nemmeno in questo caso la storia riesce ad essere maestra di vita, ed i maldestri sostenitori della repubblica dei pubblici ministeri esultano come bambini in pasticceria.

Esultano i mediocri politicanti del PD come Matteo Orfini (non ridete) il quale elargisce perle di saggezza del tipo “Salvini non solo viola la legge, ma definisce meschino il magistrato che indaga” e ancora “Forse Salvini non ha ancora capito che il ruolo del ministro dell’interno non è commettere reati nè commentare crimini sui social network, ma prevenirli”.

O anche, ex multis, lo spocchioso Gianrico Carofiglio, perfetto esempio di (ex) magistrato indipendente da tutto tranne che dalla politica, come molti altri transitato senza fermate intermedie dalla toga al PD, che lo aveva spedito in Parlamento, per poi approdare alla carriera di scrittore di legal thriller (un po’ noiosi e decisamente sopravvalutati per i miei gusti) unendo così in un solo personaggio due stereotipi della sinistra più banale e scontata: il magistrato politicizzato e l’intellettuale snob e moralmente superiore che disprezza chiunque non la pensi come lui.

Secondo questo autentico campione della più ovvia intellighenzia di sinistra il “peracottaro” (così lo definisce) Salvini “come tutti gli aspiranti dittatori da quattro soldi” avrebbe scoperto, grazie al procuratore che lo sta indagando, che “esistono lo stato di diritto e una magistratura autonoma e indipendente”.

Uno stato di diritto nel quale una parte della magistratura, tutt’altro che indipendente dai condizionamenti ideologici, vorrebbe processare non le responsabilità personali di un individuo, ma le scelte politiche discrezionali di un ministro, e quindi di un governo, in tema di immigrazione (clandestina) e di sicurezza. Montesquieu qui è molto lontano: pazienza per Orfini e gli altri patetici figuranti di PD e sinistra varia, ma Carofiglio e suoi compagni dovrebbero conoscere il vero significato del principio della separazione dei poteri, che nei paesi civili funziona in due direzioni: protegge la magistratura dalle ingerenza politiche, ma anche il potere esecutivo da indebite ingerenze di quello giudiziario.

Nessun magistrato può sindacare le scelte politiche di un governo perché non le condivide, al massimo può perseguire (quando esistono) le responsabilità penali personali, come dice l’art. 27 della Costituzione. Adattare la legge penale ad obiettivi politici o a convinzioni ideologiche colpendo il singolo per influenzare la politica non è certo una condotta che può essere legittimata dallo “stato di diritto”.

La discutibilissima consistenza delle ipotesi di reato attribuite a Salvini è stata autorevolmente evidenziata da Carlo Nordio magistrato di grande esperienza che, a differenza di Carofiglio, non ha mai avuto niente a che fare con la politica: “L’arresto illegale presuppone, appunto, un arresto in senso tecnico e qui pare invece che non sia stato arrestato nessuno. […] Contestare un sequestro di persona, che per definizione dev’esser illegale, a un ministro che – con tutte le legittime critiche etiche e politiche – fa il suo mestiere, è dunque un paradosso. Resta l’abuso di ufficio, cui prudentemente è ricorsa la Procura come rete di protezione per eventuali derubricazioni delle ipotesi precedenti. Ma è un reato così vago e fumoso che è ben difficile provarne la commissione”.

Obiezioni serie e fondate che i giacobini de noantri, siano essi mediocri politicanti di sinistra, fastidiosi giornalisti asserviti o ex magistrati arroganti e riciclati, non prendono in considerazione, vuoi per ignoranza, vuoi per settarismo.

Nel loro immaginario “stato di diritto”, che farebbe inorridire Montesquieu ma sarebbe apprezzato da Robespierre, la giustizia è solo uno strumento della lotta politica, magari gestito con il fondamentale e sempre attuale criterio giolittiano: le leggi con i nemici si applicano, con gli amici si interpretano. Eppure non dovrebbe essere difficile capire che se se ne fa un cattivo uso autonomia e indipendenza della magistratura non bastano, di per sé, a qualificare un vero stato di diritto.

Io dico che bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale”, ammoniva Giovanni Falcone cercando di mettere in guardia dalle conseguenza di certe commistioni. Gli esempi di cattivo uso di prerogative e garanzie non mancano, basta solo rinfrescare la memoria.

Uno dei casi più clamorosi e paradigmatici avvenne nel marzo del 1979 quando l’allora governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, uno dei maggiori economisti italiani, e il vicedirettore generale Mario Sarcinelli, che fu addirittura arrestato, furono inquisiti da due magistrati romani per favoreggiamento e interesse privato in atti d’ufficio con l’accusa di non aver trasmesso alla magistratura un rapporto ispettivo collegato alle attività e alla bancarotta della SIR di Nino Rovelli.

Ovviamente Baffi e Sarcinelli, uomini integerrimi ed al di sopra di ogni sospetto, erano totalmente innocenti, come fu poi stabilito dalla sentenza di integrale proscioglimento in istruttoria sopravvenuta nel 1981. Le vere ragioni di quel pretestuoso attacco giudiziario, che il New York Times aveva definito “paragonabile all’agguato delle Brigate Rosse in via Fani”, emergeranno chiaramente poco tempo dopo: Baffi e Sarcinelli erano “colpevoli” di aver sciolto il CdA di Italcasse (feudo finanziario democristiano al centro di un clamoroso scandalo a base di fondi neri e finanziamenti illeciti al partito), di avere disposto un’ispezione al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e di essersi opposti ai piani di salvataggio delle banche di Michele Sindona. In pratica una vendetta politica orchestrata da quello che Baffi descriverà come un “complesso politico-affaristico-giudiziario”.

L’inchiesta, tuttavia, raggiunse comunque un risultato: le dimissioni di Paolo Baffi dalla carica di governatore; “non posso continuare a identificarmi col sistema delle istituzioni che mi colpisce o consente che mi si colpisca in questo modo” scrisse nel suo diario.

Uno dei primi esempi, forse il più clamoroso anche se oggi quasi dimenticato, di uso politico della giustizia mascherato dall’applicazione del principio (che oramai è in realtà solo un feticcio) dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Chi oggi festeggia come un grande successo politico e civile l’inchiesta a carico di Matteo Salvini farebbe bene a rileggersi la storia di quel vergognoso episodio, lontano nel tempo ma sempre drammaticamente attuale.