Il vuoto di valori e di idee, che affligge l’Italia, è provato tangibilmente dalla edificazione in sede politica e quindi giornalistica e televisiva o viceversa, di miti dai piedi di argilla, carichi di difetti e di tare originarie indelebili.

In questi mesi se ne possono individuare tre, uno in campo internazionale e gli altri in campo interno.

Nella vicina nazione transalpina, affetta da indelebili snobismo e spirito di superiorità, il presidente eletto con il consenso del 16% degli aventi diritto (32% del 50% degli elettori), senza che la stampa, abituata ad impagabili campioni del livello di Renzi, di Salvini, di Berlusconi, di Alfano, di Di Maio e Di Battista sollevi obiezioni o pronunzi condanne, presenta riforme, che, a detta dell’ubbidiente ed allineato “Televideo”, “comportano pesanti tagli al personale della pubblica amministrazione (- 120 mila persone nell’arco di 5 anni) con congelamento dei salari (metodo applicato da circa un decennio nella nostra povera terra) e “cancellazione della copertura salariale completa in caso di malattia e congedo fin dal primo giorno”.

Eppure, a dispetto di queste misure e senza osservazioni sulla linea megalomane e spocchiosa, in Italia lo si è arrivati a considerare il solo “fra tutti i capi di governo europei” a disporre “della capacità politico-istituzionale” ”necessaria per muoversi efficacemente in Europa”. Al pur acuto osservatore della megastampa sfuggono i dati ampiamente diffusi sulla sua caduta di popolarità e di considerazione.

Un altro uomo del palcoscenico, ampiamente sovrastimato, dopo l’adozione di provvedimenti di argine al movimento migratorio, da anni reclamati dall’opposizione nazionale e da quella leghista, è l’ex federale comunista di Reggio Calabria e della Calabria.

Marco Minniti è ora raggiunto dagli ironici strali del foglio berlusconiano, preoccupato per le eventuali molestie recate alla popolarità del prediletto Renzi, ed etichettato quindi come “Don Minniti”, dopo l’apertura alla Chiesa sullo ius soli e le affermazioni sull’urgenza di approvare, senza ritocchi entro la moribonda legislatura, il progetto di legge sulla cittadinanza.

Se suscita gelosie ed invidie all’interno del suo “partito” (?), nella debole, ingenua e talora puerile opposizione Minniti ha trovato immotivati e immeritati credito e riguardo.

E’ immeritevole di qualsiasi attenzione poi il “nuovo” , fatto da trasformisti e da riciclati, che avanza con misteriosa consistenza numerica, di certo sopravvalutata, guidato dal “giovane” sessantottenne Giuliano Pisapia.

Il terzo campione del mondo politico, dallo stile innegabilmente sobrio e misurato, è il presidente della Repubblica, accortosi solo ora della necessità di un richiamo esplicito quanto purtroppo tardivo alla magistratura , organo dello Stato come del resto l’altra espressione pubblica, la scuola, in cui si è adempiuta ormai da decenni, la strategia devastante delineata da Gramsci e realizzata dalla sinistra. Vedasi come caso “freschissimo” la vicenda del Monte Paschi di Siena con insabbiamenti spietati.

E’ inevitabile in questi giorni intrattenersi sul “Rosatellum”, apertamente e dettagliatamente criticato nei mille punti oscuri e nelle contraddizioni acute dal presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida. Sulla misura i gruppi maggiori della sedicente opposizione sono arrivati, senza condividere, a giustificare la richiesta della “fiducia”, strumento costruito per soffocare ed isterilire i dissensi.

In tutto il dibattito, unicamente esterno alle Camere, semplice risonanza di decisioni irrevocabili assunte altrove, infastidiscono, più che mai, i propositi di Berlusconi, come di consueto presentati con uno stantio ed usurato dolus bonus, sui “volti della società civile”, destinati ad entrare nella “squadra” governativa delle “grandi intese” ?.

Chissà cosa bolle nella pentola dell’”officina” di Arcore per i poveri italiani, rimasti fedeli al verbo incarnato, dopo i casi felici e produttivi di Verdini, di Marchini, di Gori e di Albertini, tanto indurli ad impetrare, sulla scia della sempre utile espressione, “chi più ne ha, più ne metta”.