Il premio per l’epitaffio più insulso va senz’altro alla Boldrini e non è certo una sorpresa. “Un grande scrittore, un uomo che ha sempre perseguito i principi della nostra Costituzione, una persona autentica” così l’ex presidente (per caso) della Camera ha commentato la scomparsa di Andrea Camilleri, seguita a ruota dalle solite melense banalità di Fabio Fazio e dagli inutili deliri di Saviano (“Addio Andrea, e grazie! Grazie Maestro, per esserti sempre schierato, per non aver mai cercato la comoda neutralità”) che non si lascia sfuggire il pretesto per l’ennesimo ed inutile attacco a Salvini.
Un pacchiano crescendo di commenti monotematici e stereotipati tutti diretti a dimostrare che siccome Camilleri era di sinistra, a suo tempo furiosamente contro Berlusconi e poi altrettanto contro Salvini, deve essere per forza un genio della letteratura italiana, se non mondiale, come strombettano i deputati del PD (“Siamo tutti in lutto per la morte di un genio italiano”) o la ex ministra (per mancanza di titoli) Fedeli secondo la quale la scomparsa del “genio” Camilleri “intellettuale libero, anticonformista, democratico” lascerebbe “un vuoto enorme nel panorama culturale italiano e internazionale”.


Un’orgia di conformismo e banalità che probabilmente nemmeno lui, uomo originale e tutto sommato indipendente, avrebbe apprezzato.
Come sempre saranno i posteri, e non il cicaleccio politicamente corretto, ad emettere l’ardua sentenza sulla vera statura culturale del personaggio, ma un’idea ce la possiamo già fare a patto, però, di ripulire il giudizio dal ciarpame pseudo politico imposto dalla sottocultura della sinistra e di depurarlo del solito ammorbante conformismo da salotto.
Di sicuro siamo piuttosto lontani dalla grande letteratura siciliana di Verga, Pirandello, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, alla quale qualche sguaiato tifoso ha pensato di iscrivere d’ufficio Camilleri.
Altrettanto sicuramente, però, ci troviamo di fronte ad un grande uomo di cultura capace di cimentarsi con successo in diverse forme espressive: televisione, teatro, saggistica, romanzo lasciando un segno significativo in ognuna di esse.


La sua creatura più importante non è il Commissario Montalbano che pure lo ha reso celebre e coperto di gloria. Dichiaratamente ispirato a Manuel Vasquez Montalban, dal quale ha preso il cognome, ed al suo Pepe Carvalho, dal quale ha preso l’atteggiamento verso il cibo e quello verso l’eterna fidanzata, Montalbano è in realtà solo una miscela abilmente confezionata di comuni ingredienti del genere noir che non si avvicina quasi mai alla profondità ed all’originalità del suo modello spagnolo.
L’investigatore individualista, trasgressivo, insofferente a regole e gerarchie, perennemente in conflitto con un “sistema” popolato da interlocutori ottusi e inaffidabili in fondo è un vecchio clichè del genere che partendo da Philip Marlowe e Sam Spade ha generato negli anni una sterminata serie di discendenti, nobili e meno nobili, che hanno riempito libri, film e serie TV.
E non basta certo l’aura da poliziotto “democratico” a rendere originale il personaggio. Salvo poche eccezioni (La gita a Tindari, ad esempio) le trame sono sempre schematiche e lineari, costruite in modo seriale: un delitto apparentemente misterioso, la carrellata dei possibili sospetti, la falsa pista nella quale casca puntualmente il vice Mimì Augello fino alla imprevedibile soluzione, quasi sempre veicolata non dalla logica concatenazione degli elementi della trama, come nei gialli inglesi, né dallo sviluppo dell’azione, come in quelli americani, ma da un deus ex machina, da un’agnizione, da una rivelazione estemporanea, da un elemento imprevedibile ed esterno che irrompendo sul più bello nella narrazione permette a Montalbano e alla sua spalla Fazio, cioè il dottor Watson o l’Archie Goodwin o il capitano Arthur Hastings della situazione, di risolvere il caso.


Camilleri, però, ha un asso nella manica che poi è quello che spiega la fortuna e il successo dei romanzi della serie: la sua Sicilia che in una versione onirica ed immaginaria, come ha rilevato Pietrangelo Buttafuoco, e con il suo contorno di caratteri, personaggi e comportamenti raffigurati sempre con grande efficacia, diventa uno scenario originale, perfetto e unico che getta in secondo piano tutto il resto degradandolo a mero pretesto narrativo. Una specie di isola che non c’è letteraria che si dimostra più interessante della Barcellona di Pepe Carvalho, o della Stoccolma di Martin Beck e tutto sommato persino della Parigi di Maigret.
Il che spiega anche perché la trasposizione televisiva di Montalbano finisca per valorizzare i libri, uno dei pochi casi in cui l’arte visiva alla fine batte la pagina scritta.
Risultato inevitabile, potendo contare su Ragusa Ibla, Scicli, Puntasecca e su tutti gli altri irripetibili panorami storici, naturali, artistici dell’isola, oltre che su ottimi casting capaci di dare vita perfettamente alla commedia umana che ruota intorno ai casi, in fondo la vera protagonista del racconto.

Inevitabile ma non casuale: Andrea Camilleri conosceva perfettamente il mezzo televisivo, avendo lavorato per anni in televisione ai tempi eroici della RAI in bianco e nero che prima di diventare il carrozzone inefficiente e lottizzato che è ancora oggi era una grande macchina culturale capace di alfabetizzare gli italiani valorizzando la cultura, sperimentando, ricercando ed arruolando anche talenti politicamente non conformi come, per l’appunto, l’allora “comunista” Camilleri.
Già alle prese col noir, all’epoca considerato un genere minore, il futuro creatore di Montalbano curò alcune serie di culto destinate a lasciare una traccia significativa nell’immaginario collettivo e nella storia televisiva italiana: Il Tenente Sheridan di Ubaldo Lay, Le avventure di Laura Storm, con Lauretta Masiero nei panni di una inedita reporter-detective che disdegna matrimonio e sistemazione in nome della sua professione (figura rivoluzionaria per i tempi e per l’Italietta democristiana), ma soprattutto la trasposizione televisiva del Commissario Maigret di Georges Simenon di cui Camilleri, partendo da un’idea di Diego Fabbri, fu il vero artefice e dove, a guardare bene, troviamo le radici di Montalbano.
Fu lui a scegliere il regista Mario Landi e i protagonisti, Gino Cervi e Andreina Pagnani, convincendo un perplesso Simenon; a decidere i soggetti e a supervisionare le sceneggiature gestendo i rapporti con l’autore del quale riuscì a cogliere in pieno e lo spirito narrativo e a portarlo sullo schermo. Andata in onda dal 1966 al 1972 la serie fu un successo clamoroso, per la realtà di allora molto più di quello del Montalbano di oggi, che condivide con Maigret l’approccio narrativo basato sulla descrizione impietosa di tipi, caratteri, contesti e miserie umane inevitabilmente destinati al delitto. Una grande operazione culturale, quella di allora, che poi Camilleri ha rielaborato con grande abilità e grande successo.


Ciò detto resterebbe da capire quale sia la dimensione autenticamente letteraria di Andrea Camilleri. Il Commissario Montalbano forse non resisterà all’usura del tempo, ma sicuramente resisteranno i romanzi storici ambientati nella Sicilia post unitaria.
E’ qui che Camilleri dà il meglio di sé, in questa modernissima e originale rivisitazione del vecchio romanzo storico, un perfetto amalgama di storia patria e cronaca locale, di grandi eventi e piccole miserie, dove ambienti e contesti vengono riscoperti, narrati e perfettamente rievocati e nei quali si aggirano e confondono buoni e cattivi, figure storiche e uomini insignificanti, tutti sempre in lotta per potere, danaro o anche solo per la semplice sopravvivenza.
Eventi e figure ignoti o dimenticati che tornano vivi ed attuali, “schierati in battaglia” come “gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri” di Alessandro Manzoni.
E’ qui, ne “Il Birraio di Preston”, “La Mossa del Cavallo”, “Il Filo di Fumo” che, mescolata al vecchio italiano, la lingua siciliana inventata da Camilleri assume la sua reale importanza, ben al di là di quello che nella serie di Montalbano è solo un astuto vezzo narrativo.
Qui la vera Sicilia, descritta da un siciliano che ne conosce bene tutta la storia e tutte le sfumature, emerge nella sua vera essenza, con le sue ragioni profonde ed imperscrutabili e i suoi problemi, ancora oggi immutati ed irrisolti. Il vero valore letterario di Camilleri è legato a tutto questo, ma solo il tempo ce ne darà la giusta dimensione.


Di sicuro hanno avuto troppa fretta (e troppa faciloneria, per non dire altro) al liceo classico di Ispica dove I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni è stato rimpiazzato come libro di testo dal Birraio di Preston di Camilleri. Secondo il preside “l’approccio degli alunni con il romanzo manzoniano finisce con il determinare una ripulsa successiva verso la letteratura”.
In questo caso lo stesso Camilleri, commentando ironicamente il fatto, si è dimostrato (non era difficile) molto più intelligente dei suoi ammiratori: “Questo scrittore [Manzoni] vivo, coinvolgente, ironico, spietato a volte, non combaciava per niente con l’immagine scolastica del melenso moralista frequentatore di sacrestie che m’avevano fatto conoscere a scuola. Proprio l’altro giorno, discorrendo col responsabile della più grande casa editrice italiana, convenimmo che mentre I Promessi Sposi è il nostro più grande romanzo del ‘900, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa è il più grande romanzo italiano dell’800”.
Un giudizio solo apparentemente paradossale che non si può non sottoscrivere.