Anche se non mancano tesi politiche e considerazioni non condivisibili, il volume merita la massima considerazione ed il più vivo riguardo per le osservazioni fatte ed i giudizi espressi sulla lingua italiana e le lingue da cui deriva o più chiaramente discende. Nel tomo, una brillante e lucida conversazione con Giuseppe Antonelli, suo vecchio allievo, ora cattedratico a Pavia, Luca Serianni, collega di chi scrive per decenni alla “Sapienza” , non colloca la lingua in un ruolo arido ma ne traccia le radici e le connessioni ed insiste, provandola, sulla sua insopprimibile ed incomprimibile importanza.


Sigillo e sintesi della lettura di Serianni è la frase finale : “Nel caso della lingua italiana, avverto anche l’esigenza di un certo impegno civile: diffondere la padronanza e della sua storia è un modo per rafforzare il senso di appartenenza ad una comunità”.
Sono riflessioni, che spingono a rilanciare il vecchio ma sempre valido incoraggiamento “Chi ha orecchi per intendere, intenda!” e stimolano ad affiancare al verbo “diffondere”, anche l’altro “difendere”, che comunque ridimensionano avventurismi e culturali conformisti, deleteri e devastanti, così come ridicolizzano recentissime proposte di interventi nell’organizzazione degli studi umilianti per chi rozzamente le ha espresse.

Diverse sono le pietre angolari, fissate da Serianni nel corso delle quattro “lunghe e piacevoli chiacchierate” con Antonelli. Tra le più rilevanti sottolinea il ruolo speciale ed irrinunciabile della scuola con la “formazione”, esalta Dante come “lo scrittore italiano più studiato nel mondo, caldeggia il rafforzamento dello studio della storia e riprende il vecchio principio manzoniano che “una lingua o è un tutto o non è”.
L’emerito del primo ateneo romano, in modo impegnativo e vincolante, sostiene poi : “Dobbiamo mantenere un legame con la lezione del classici, evitando che si arrivi alla traduzione [risibile] di Dante, che sarebbe una frattura, un tradimento , ma anche una rinunzia a un pezzo importante della nostra identità culturale”.


E’ arduo, anzi impossibile rifiutare l’avviso di Serianni, secondo cui “la narrativa ha cessato di essere modello di lingua alta, modello di stile”, Così come è da avallare senza esitazione il consiglio all’autodisciplina “nell’uso conformistico degli anglicismi”. Da ultimo, sulle lacune didattiche tra regione e regione, l’emerito romano – e l’indicazione dovrebbe valere in tutti i campi essenziali della vita sociale – avverte che “è assolutamente necessario intervenire e che non può che farsene carico lo Stato centrale”. Di nuovo “chi orecchi per intendere, intenda” !

LUCA SERIANNI, Il sentimento della lingua. Conversazione con Giuseppe Antonelli, Bologna, Il Mulino, 2019, pp.144. €14,00.