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Questa tornata amministrativa segna una sconfitta per il centrodestra e per il PD “moderato” di Renzi. Come si torna a vincere? I risultati dei primi turni e dei ballottaggi non possono essere malinterpretati: i voti politici delle città maggiori hanno segnato ovunque una sconfitta del centrodestra tradizionale (la vecchia casa delle libertà) come pure dell’estremo centro renziano-moderato: il centrosinistra a traino PD infatti vince solo dove (Milano, Bologna, Cagliari) la componente di sinistra-sinistra è forte e presente. Dove invece la sinistra vera non è in coalizione, si perde anche clamorosamente (Roma, Torino, Napoli). A questo va unito il trionfo del Movimento 5 Stelle: una vittoria netta, figlia solo in parte del “suicidio” altrui, e che perciò deve essere interpretata rapidamente e coscienziosamente dagli sconfitti.

Evitando anzitutto la tentazione di definirla una vittoria della antipolitica: appare in effetti come esattamente l’opposto. Se i partiti non piacessero più come tali, non si spiegherebbero ad esempio i ballottaggi di Milano e Bologna, tra interpreti tradizionali. L’affermazione dei 5 Stelle piuttosto è il sintomo di una aumentata richiesta di politica, tanto più evidente se letta a sistema con le vittorie della sinistra-sinistra e sullo sfondo del clima europeo. L’elettorato chiede con forza una proposta politica; nel silenzio colpevole dei partiti tradizionali, si rivolge a chi, almeno, parla la sua lingua. Cioè i 5 Stelle, che fanno politica senza denari e senza veri mass media a supporto: trucchi, dunque, non ce ne sono. Che sia populismo o protesta, i cittadini chiedono politica.

Sulla proposta prettamente politica dei 5 Stelle ci si esprimerà superficialmente, per necessaria sintesi.

A tratti naif, per lunga parte episodica ed estemporanea, è quasi del tutto priva di organicità, se non forse sull’urbanistica. La componente più forte dell’offerta politica dei 5 Stelle, per quanto in contrasto con la loro narrativa possa sembrare, è invece la componente puramente ideologica. La gerarchia stretta, il potere della rete (brutta copia di Robespierre), l’ortodossia di memoria quasi PCI. I 5 Stelle sono l’ultrapolitica, non l’antipolitica. Sono un ultrapartito e contemporaneamente un anti-partito: è possibile? Sì, se si è i più efficienti quanto al primo compito dei soggetti politici: la selezione di una classe dirigente dinamica e rappresentativa.

I partiti tradizionali non stanno pagando l’essere politici, ma l’autoreferenzialità e la staticità. Non a caso nel loro perimetro pagano, fin qua e in parte, solo i tentativi di discontinuità (Renzi, Salvini, Meloni).

In un modo magari tutto loro, i 5 Stelle hanno trovato un metodo che coinvolge nella dirigenza ampie fasce di popolazione che fino a ieri chiedeva, inascoltata, rappresentanza. Non è fatto di poco conto che a Roma e Torino i cittadini abbiano votato due sindaci under 40, alla faccia dell’esperienza e del rodaggio. Ma non si cercano tanto “volti” nuovi, quanto una nuova selezione all’ingresso e una nuova rappresentanza.

L’efficacia sotto questo aspetto dei 5 Stelle copre così l’assenza di una organica proposta politica, fino ad oggi fatta più di “no” che di progetti complessi e propositivi.

In questo quadro i partiti di centrodestra non possono pensare di rispondere alla richiesta di politica con meno politica, ovvero con proposte tecniche o civiche che possono essere senz’altro complementari, ma mai centrali. A un elettorato che lamenta un’offerta insipida non si può rispondere allungando ancora di più il brodo. Occorre più politica: le appartenenze ideologico-partitiche sono un handicap in termini elettorali solo quando appaiono poco propositive o funzionali a rendite di posizione. La rivoluzione anzitutto formale e metodologica richiesta poi deve essere diretta da una forte guida politica, che i partiti dovrebbero avere, a differenza dei 5 Stelle; così gestita, questa operazione “estetica” condurrebbe con sé anche nuovi contenuti. Non è un discorso generazionale o di età anagrafica (Grillo docet), ma di procedura decisionale-partecipativa e di selezione della dirigenza. Lo analizzava meglio di quanto saprei fare Marco Valle, su barbadillo.it, dopo i primi turni delle amministrative. Il percorso è ancora lungo e l’affermazione romana di Giorgia Meloni, come il successo di tante belle realtà locali, possono essere il primo importante passo; anzitutto, per un esame di coscienza.