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Una fiera delle vanità con parecchie ossa rotte e un formidabile numero di caduti sul campo di battaglia. Le elezioni amministrative del cinque giugno si chiudono a Cagliari all’insegna di Massimo Zedda, riconfermato sindaco del capoluogo sardo al primo turno e la sconfitta dei suoi avversari, condannati alla resa prima ancora dell’approdo a un più onorevole secondo turno di ballottaggio.

Un rovescio che investe in modo inappellabile i due grandi sconfitti del fronte degli sfidanti: anzitutto il rassemblement misto civico targato centro destra, e la deludente performance dell’outsider e presunto terzo incomodo della vigilia, alla guida di un quanto mai impalpabile Movimento cinque stelle. Un tracollo che sembra l’ovvio coronamento di una rincorsa a perdere, quella inscenata da un centrodestra presentatosi all’appuntamento con le urne in ordine sparso con una moltitudine di liste e sigle impegnate, invece che in una campagna agguerrita contro un avversario di per sé temibile, in una desolante resa dei conti da fratelli coltelli, nel nome di un personalismo dilagante: un personalismo che ha spento sul nascere qualsiasi anelito alla militanza e alla politica partecipata.

Una campagna il cui spirito tutt’altro che pugnace è testimoniato dai voti della lista Forza Cagliari, un tempo protagonista della vita politica cittadina e oggi ridotta a un disastroso 8 per cento. Alla debacle non sembrano sottrarsi nemmeno i partiti più radicati nel territorio e meno invischiati nelle dinamiche nazionali deludente e non sembrano avere troppi motivi per esultare i movimenti a chiara caratura nazionale con la sola eccezione del Partito democratico, peraltro incapace di sfondare il muro del 20 per cento dei consensi.

A fronte del risultato inequivocabile di Cagliari, il dopo voto nel continente non sembra marcare una chiara linea di tendenza, imponendo al contrario dati discordanti e situazioni differenti.  Ovunque, tuttavia, il Partito democratico di Renzi non sembra in grado di “sfondare” come nelle previsioni della vigilia, ma limitarsi a raccogliere senza sforzo i frutti dell’implosione del centrodestra, avviluppato nel declino di Forza Italia.