Spetterà al prossimo parlamento europeo e alle nuove istituzioni del vecchio continente il compito di mettere mano a un riordino della legislazione sulla materia marittima e a una nuova disciplina comunitaria in difesa del lavoro del mare. Un ammodernamento e una riforma complessiva della normativa di settore reclamata in più occasioni e da più parti nel deserto della politica e delle istituzioni europee, e che pure si renderà quanto mai necessaria davanti ai tanti squilibri e alle tante differenze tra paesi diversi eppure vicini, aree geografiche assimilabili e talvolta attigue e players comunitari concorrenti. Urgenze e aspettative di un settore, quello della blue economy, che a giudicare dalla campagna elettorale per le elezioni del 26 maggio non sembra aver destato nessuna particolare attenzione di specie da parte dei candidati del Belpaese, pure nella consapevolezza generale di quanto importante e strategico sia il settore del mare e quanto rilevanti siano le sue ricadute economiche e sociali su un indotto a tutt’oggi incalcolabile per estensione.

Così, a dispetto di una campagna elettorale giocata sul tema pure cruciale della sovranità degli Stati e di una sfiducia sempre più dilagante verso il pachiderma burocratico di Strasburgo, a pochi giorni dal voto è ormai sempre più evidente quanto il vero tema centrale di questo voto per l’universo marittimo sia uno e uno soltanto: affidare la rappresentanza dell’Italia marittima, al di là degli schieramenti specifici e delle sigle, a una nuova schiera di uomini e donne in grado finalmente di tutelare al tavolo delle trattative tra stati le nostre prerogative, i nostri interessi, i nostri diritti. Una schiera di persone una buona volta competenti sulle tematiche del comparto marittimo, pienamente a conoscenza delle dinamiche del nostro mondo, delle sue complessità, dei suoi punti di forza inespressi e dei suoi diritti calpestati. Persone informate, documentate e credibili, in grado di tutelare appieno in ogni risvolto un universo marittimo che reclama voci preparate e autorevoli con cui rapportarsi e con cui presentare al mondo l’Italia con la sua immensa e preziosa economia di settore, i suoi armatori, le sue aziende, i suoi professionisti e i suoi lavoratori, vanto di una tradizione che si protrae da secoli e che oggi più che mai reclama una vera difesa e delle solide garanzie da preservare: una tutela sempre più urgente, specie alla luce di uno scacchiere globale monopolizzato per i decenni a venire dal tema del posizionamento dei players mondiali nella Via della Seta e nel commercio a tutti i livelli con la Cina sulla rete globale. Materie come la mobilità delle persone e delle merci, con particolare riguardo per la tutela delle norme ambientali più restrittive, comparti come lo shipping, il settore crocieristico e il diporto nautico, tutte voci di un’economia, quella blu, che meritano la consapevolezza e la competenza di una classe politica avveduta, cosciente e preparata a difendere una delle voci più proficue e produttive di quell’eccellenza che si chiama Italia.

Superati gli entusiasmi e la fiducia incondizionata nel sogno europeo dell’immediato dopoguerra, oggi tra gli addetti ai lavori è più che mai evidente quanto, invece di una politica europea comune a tutti i membri, al tavolo delle trattative di Bruxelles si giochi  il destino degli uomini e delle imprese dei singoli stati membri, in una partita in cui allo strapotere di Germania e Francia occorre contrapporre l’interesse legittimo dell’Italia e dei suoi lavoratori, troppo spesso penalizzati da accordi senza capo né coda oppure, più spesso, dall’incompetenza dei nostri rappresentanti arrendevoli e troppo spesso digiuni della materia marittima.

Eppure, basterebbe anche solo una microscopica dose di buonsenso per comprendere che le sorti del nostro comparto non possano essere affidate alla supposta terzietà o alla lungimiranza di un commissario europeo (belga, greco o finlandese che sia) molto più attento alla tutela degli interessi del proprio paese d’origine rispetto ai legittimi interessi dell’Italia molto più sicuri nelle mani di parlamentari di nazionalità italiani, specie se preparati, consapevoli e pronti a mettere mano là dove serve. Sta tutta qui l’esigenza della selezione di una classe dirigente italiana a caratura europea specializzata nelle tematiche del comparto marittimo: una delegazione parlamentare che, prima ancora dei colori e degli schieramenti, si dimostri credibile nel tutelare l’interesse del lavoro italiano, troppe volte affidato negli anni alle mani inesperte e inconsapevoli di improvvisatori e incapaci di ogni colore e di ogni risma, da confinare quanto prima nel dimenticatoio.