Domenica sera il Sultano Recep Tayyp Erdogan e i suoi avevano mandato a nanna la Turchia assopendola con la fiaba dell’immancabile successo elettorale.

Un successo comprovato, nella narrazione ufficiale, dal 51,63 per cento dei voti raccolti in 81 città e oltre 600 circoscrizioni municipali a fronte del 37,56 per cento di voti andati all’opposizione. Un successo macchiato, nel racconto ufficiale, solo dalla perdita della capitale Ankara. Ma al risveglio è emersa l’opposta e fragorosa verità. Re Erdogan stavolta era nudo, spogliato di quella vittoria proclamata solo poche ore prima. E a esibirne l’imbarazzante e discinta sconfitta contribuivano i conteggi diffusi da Sadi Güven, capo del Supremo consiglio elettorale.

Secondo quei numeri, il vero vincitore della battaglia per Istanbul non era l’ex premier Binali Yildirim, il fedelissimo ex primo ministro a cui il presidente aveva promesso la megalopoli di cui era stato sindaco, ma Ekrem Imamoglu lo sfidante dell’opposizione candidato dal Chp, il partito repubblicano fondato da Kemal Ataturk. A separare Imamoglu, cresciuto fino al 48,79%, da un Yildirim fermo al 48,51 c’era una forchetta di soli 25 mila voti. Ma quei voti uniti alla vittoria repubblicana di Ankara e Izmir, la terza città del paese, diventavano la cartina di tornasole di un Erdogan per la prima volta in bilico dopo 16 anni di successi travolgenti.

Una debacle imbarazzante vista la spregiudicata campagna condotta dal presidente per garantire la vittoria al proprio candidato. Una campagna in cui, pur di lusingare l’elettorato islamista, aveva promesso la riconversione in moschea dell’attuale museo di Santa Sofia, l’antica basilica simbolo della Costantinopoli cristiana. Ma la forza dei numeri e la corsa dell’opposizione s’arrestava lì. Il Sultano poteva traballare, ma non cadere. Almeno non di botto. E così il lavoro di 84 sezioni elettorali in cui si prolungava il tribolato spoglio di un 0,25 di voti non ancora assegnati veniva subito bloccato. E con esso l’ufficializzazione del passaggio di Istanbul nelle mani dell’opposizione laica. Nel frattempo funzionari e portavoce dell’Akp, il Partito della Giustizia e Libertà di Erdogan, puntavano il dito sulle 290mila 394 schede annullate nei seggi di Istanbul. E pretendevano un immediato riconteggio ipotizzando di esser stati defraudati di decine di migliaia di voti ingiustamente contestati.

«I voti invalidati sono dieci volte la differenza che mi separa da Imamoglu. Questo è un dettaglio cruciale, potrebbero esserci errori e irregolarità già riscontrate dal nostro partito» insisteva il quasi sconfitto Binali Yldirim facendo notare come un numero così rilevante di schede annullate potesse, alla fine, rendere ininfluenti i 25mila voti di vantaggio dall’avversario. A dar retta all’opposizione dietro le 81 urne bloccate e il conteggio cristallizzato si nasconderebbe, invece, il disperato tentativo di Erdogan e del suo partito di evitare in extremis la sconfitta più lancinante e riprendersi, grazie al riconteggio, la megalopoli conquistata dall’opposizione.

Ma Erdogan stavolta deve far molta attenzione. I risultati di Istanbul sono lo specchio di una Turchia delusa e irritata per l’intolleranza del Sultano e per i numeri di un’inarrestabile crisi economica che registra un’inflazione al 20 per cento e una disoccupazione al 13,5. In quella stessa Istanbul dove esordì conquistando, nel 1994, la poltrona di sindaco Erdogan rischia, per la prima volta, di dover far i conti con i propri errori. E suggellare così l’inizio della propria fine.