Le motivazioni per cui un numero così elevato di cittadini non si sia recato alle urne in Emilia e in Calabria sono numerose e distinte per le diverse regioni. In entrambe hanno pesato certamente le accuse ai consiglieri regionali di tutte le forze politiche di utilizzo a fini personali dei fondi destinati all’attività politica dei gruppi, ed in Calabria anche la pesante condanna dell’ex-presidente Scopelliti (altra grossa delusione degli ex-dirigenti del Fronte della Gioventù…). In Emilia-Romagna ha pesato indubbiamente la protesta dei vecchi militanti del Pci e della Cgil contro un Partito Democratico che assomiglia sempre più alla Democrazia Cristiana di un tempo.

Ma, al di là di queste componenti contingenti e locali, abbiamo la sensazione che la mancata partecipazione al voto dipenda da tre fattori fondamentali che si sommano dando il risultato constatato:

  • la scomparsa, in gran parte della politica, di qualsiasi principio ideale od ideologico, di qualche “idea-forte” tale da mobilitare le coscienze e l’impegno personale: risultato di un quarto di secolo di predicazione sulla “fine delle ideologie” e sulla prospettiva di un “pensiero unico”, attuazione concreta dell’”uomo ad una dimensione” previsto mezzo secolo fa da Marcuse ed ottant’anni fa da Julius Evola;
  • la constatazione dell’inutilità dell’ente regione, probabilmente l’istituzione più screditata per la sua inefficienza ed i suoi privilegi superiori allo stesso Parlamento, rendendo così attualissima e preveggente la battaglia ostruzionistica condotta dal M.S.I. e dal suo leader Giorgio Almirante nel 1968/1969. Eppure Renzi vuole far nominare il Senato dalle Regioni…
  • la sensazione vivissima che ormai votare non serva assolutamente più a nulla visto che tutte le decisioni (anche le meno importanti, prescrivendo per esempio cosa si deve mangiare e la provenienza dei prodotti!) sono prese a Bruxelles ed a Francoforte ed imposte, in modi diversi ma convergenti, a tutti i governanti italiani centrali e locali che sono divenuti solo esecutori di delibere prese da un centinaio (o forse meno) di persone, simili ai “superiori sconosciuti” descritti dai testi esoterici…

 

Se questa è la situazione, l’astensionismo continuerà e si stabilizzerà, annullando di fatto il principio fondamentale della cosiddetta “democrazia”, il voto popolare. Del resto, questa è da tempo una costante della politica nordamericana, la potenza economica e militare che domina l’Occidente: il voto in genere è espresso da non più del 35-40% dei cittadini (che per di più devono prima iscriversi alle liste elettorali, altra modalità per dissuaderli…) ed il presidente, colui che ha in mano i destini di una parte del mondo, è eletto solo da un americano su cinque. Questa tendenza al distacco dalla politica – che lascia quindi spazio a poteri di altra natura, più o meno occulti – era stata individuata e commentata in modo critico per le sue possibili conseguenze negative da Pino Rauti negli anni settanta, in una delle sue azzeccate previsioni.

 

Il ruolo della cosiddetta “destra”

 

Il cosiddetto “centro-destra” non ha fatto certamente una bella figura, essendo stato colpito anch’esso dalla fortissima astensione. Vi sono stati travasi di voti da “Forza Italia” e da “Fratelli d’Italia” verso la “Lega” di Salvini, avvantaggiata certamente da una presenza quotidiana e molteplice su tutte le reti televisive (e poi si dice che la televisione ed i dibattiti politici non servono più!): però, complessivamente, vi è stata una perdita netta.

A mio parere, ciò è dipeso da due fattori principali:

  • l’equivoco della posizione politica di “Forza Italia” nel sostegno indiretto e comunque non accesamente conflittuale con Renzi, sommato alle incredibili dichiarazioni personali di Berlusconi e dei suoi intimi su materie che toccano la sensibilità morale e civile dell’elettorato di centro-destra (omosessualità ed immigrazione incontrollata, oltre ad uno stile di vita personale non certamente esemplare);
  • la scarsa presenza articolata sul territorio, dovuta spesso a ragioni obiettive e non ad una precisa volontà, che ha impedito il contatto diretto con una cittadinanza scontenta del presente, preoccupata del futuro, arrabbiata “contro il sistema”.

 

Cosa fare, allora, per il futuro?

Tralasciando le ipotesi, tutte da verificare, del ripristino di una coalizione di “centro-destra” o di un radicale mutamento politico e dirigenziale di “Forza Italia”, bisogna impegnarsi con maggiore decisione sui temi che sono risultati più sentiti dalla popolazione: distacco dall’Unione Europea od almeno dall’Euro; blocco dell’immigrazione incontrollata; sicurezza nelle strade e nelle proprie residenze; richiamo ai valori etici della famiglia, dell’onestà nei comportamenti pubblici e privati, del senso civico; estrema attenzione alle questioni sociali e del lavoro.

Per far ciò, sarebbe opportuno che, al di là della forma partito (che comunque deve esistere per svolgere il suo ruolo nelle istituzioni rappresentative), siano costituiti e sviluppati una miriade di comitati, associazioni, gruppi di studio su tutte le problematiche esistenti nei territori o nei diversi ambienti e categorie. Queste cose si chiamano negli Usa “one item political action committee” (comitati politici di azione per una determinata questione) e servono a contattare, coalizzare, far agire cittadini uniti da un problema comune, e non dalla militanza in un partito. Ovviamente, se queste azioni sono ben gestite e portano a qualche risultato, le conseguenze in termini elettorali le traggono i movimenti politici che le interpretano.

Ciò è necessario anche perché è stato dimostrato che il “voto di appartenenza storica” è ormai residuale: fa parte del proprio bagaglio e della propria formazione personale ma non è estensibile a tutti.

 

I problemi del lavoro

 

Scrivevamo prima sui problemi del lavoro, i quali sono gravissimi e drammatici, con la disoccupazione crescente, la chiusura di imprese o l’acquisizione da parte di gruppi stranieri che poi le spogliano, le trasferiscono o le chiudono. Le agitazioni in atto all’Acciaierie Speciali di Terni, il blocco dei contratti del pubblico impiego da sei anni, i mancati adeguamenti alle pensioni, il prelievo fiscale sulla liquidazione e sui fondi pensione, l’approvazione della legge delega sul lavoro che lascia il governo libero di agire come vuole sul diritto del lavoro mediante i delegati, e tante altre cose sono la testimonianza del disagio sociale crescente: le manifestazioni avvenute, gli scioperi proclamati, le assemblee, le astensioni elettorali lo indicano chiaramente.

Su questo bisogna che i partiti cosiddetti di destra, “Lega” e “Fratelli d’Italia” s’impegnino al massimo: già lo fanno, ma devono superare vecchie ostilità nei confronti dei sindacati e degli scioperi.

Oggi, probabilmente, la FIOM – difendendo, insieme all’occupazione, la presenza in Italia degli impianti produttivi – è più “nazionale” di tanti presunti “patrioti” destrorsi. Ed al sottoscritto è capitato di sentire, ad un convegno contro l’Euro (e già questo è un fatto importante) organizzato da “Bandiera Rossa” ed altri gruppi di sinistra al di là del P.D., la difesa della “sovranità nazionale” ed anche l’espressione “la classe operaia si difende con la nazione”. Non è Dalmine 1919, è Roma 2014!

 

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In conclusione. C’è molto lavoro da fare, su diversi piani, e serve l’impegno di tutti i “volenterosi”.

Serve anche un notevole approfondimento culturale e geopolitico, per individuare in tempo le tendenze del mondo: da questo punto di vista, la posizione sulla Russia assunta da Giorgia Meloni e Matteo Salvini è stata lungimirante. Faccio presente che la rivista francese “Conflits” diretta dall’ex-dirigente di “Ordre Nouveau” Pascal Gauchon, intitola l’ultimo numero “Siamo in guerra economica”, con abbondanza di analisi e di dati.